A PROPOSITO DI SERVIZI SOCIALI

Verrebbe da dire che questa piaga sociale che va sotto il bizzarro nome di “servizi sociali” sia un male comune con caratteristiche comuni ovunque e causa di disastri ovunque. Ricordo ancora con raccapriccio la storia raccontatami quasi trent’anni fa da una signora svizzera. Suo figlio, ancora giovanissimo, aveva messo incinta la fidanzata e l’aveva sposata. Quando il bambino aveva un paio di mesi, la madre era già in giro a scopare a destra e a manca, e poco dopo i due si sono separati. Un anno dopo ha preso il bambino, lo ha consegnato a un orfanotrofio ed è scomparsa per sempre. Informata di quanto accaduto, si è immediatamente presentata insieme al marito per chiederne l’affidamento, ma i servizi sociali hanno rifiutato con l’argomento che “i nonni sono vecchi e non possono dare una prospettiva futura al bambino”. La nonna, per inciso, in quel momento aveva quarantacinque anni. Il bambino è stato affidato a una famiglia, e veniva periodicamente visitato da padre e nonna. Ad un certo punto si sono accorti che il bambino aveva sempre le orecchie piene di croste, e ci è voluto un po’ prima che si rendessero conto che non era sporco bensì sangue: il bambino veniva sistematicamente seviziato. Informati i servizi sociali, hanno fatto togliere il bambino da quella famiglia e la nonna ha nuovamente richiesto l’affidamento: richiesta respinta. Il bambino è stato affidato a una seconda famiglia, in cui ha nuovamente trovato violenze di ogni sorta. Nuova denuncia, nuovo ritiro del bambino dalla famiglia affidataria, nuova richiesta della nonna, nuovo rifiuto, e l’odissea è andata avanti.
A vent’anni c’è stato il primo tentativo di suicidio da parte del ragazzo. Quando la signora mi ha raccontato la storia ne aveva ventiquattro, e i tentativi erano arrivati a quattro, sempre salvato in extremis, l’ultima volta dal padre, rientrato in anticipo rispetto al previsto. Pochi mesi dopo c’è stato il quinto, e quello gli è finalmente riuscito.
Ma in Svizzera hanno i treni puntuali.

barbara

NORMAN FARBEROW

Norman Farberow è stato uno psicologo statunitense che ha dedicato la sua vita allo studio del suicidio. Per il suo lavoro pionieristico, Norman è conosciuto come il “padre della prevenzione del suicidio”.
Nato a Pittsburgh nel 1918, Norman prestò servizio nella seconda guerra mondiale come capitano in aeronautica. Dopo la guerra, ha conseguito il dottorato in psicologia presso l’UCLA.
Mentre era ancora studente, Norman ha lavorato presso il Virginia hospital, nel reparto per pazienti che avevano tentato il suicidio. Si rese conto che c’era pochissima ricerca sul suicidio. Il tabù che circonda il soggetto era così forte che nessuno ne parlava o lo studiava.
Norman sentiva che comprendere che cosa causa il suicidio era essenziale per impedirlo. “Suicidi si diventa, non si nasce. Noi possiamo pertanto annullare il processo se impariamo di più sulle radici del comportamento autodistruttivo” ha detto.
Nel primi anni 1950, Norman chiese con successo di essere nominato Deputy City Coroner di Los Angeles, il che gli diede accesso ai referti delle autopsie. Lui e lo psicologo Edwin Shneidman studiarono attentamente decenni di annotazioni su oltre 700 suicidi.
Hanno notato ambivalenza e dubbio in molte delle annotazioni e realizzarono che il suicidio non è una decisione, ma una reazione.
Il lavoro di Norman ha rovesciato i miti più diffusi sul suicidio. Quando ha cominciato a studiare il soggetto, si dava per scontato che una persona deve essere psicotica per suicidarsi. Norman trovato che solo il 15% dei suicidi erano psicotici. La stragrande maggioranza di coloro che si suicidano, sono gravemente depressi.
Norman inoltre ha confutato il mito che le persone che parlano di uccidersi, poi non lo fanno realmente. Infatti, la maggior parte delle persone che si suicidano, parlano agli altri dei loro piani.
Con Shneidman e con lo psichiatra Robert Litman, Farberow creato l’”autopsia psicologica,” una serie di interviste con la famiglia e gli amici per determinare se una morte è stata un suicidio e, se sì, perché è successo.
Il caso più famoso di Norman fu Marilyn Monroe. Ha condotto l’autopsia psicologica che ha concluso che l’overdose era stata intenzionale.
Norman ha creato un protocollo per l’ascolto non giudicante che è ora una procedura standard nei centri di crisi. Si comincia con una domanda molto semplice: “Come posso aiutarti?”
Nel 1958, Norman e Robert Litman crearono il primo centro di prevenzione del suicidio, che divenne un modello per altri centri in tutto il mondo. Nei primi anni, Norman rispondeva personalmente al telefono e parlava con 3-4 persone al giorno.
Nel 1963, il centro per la prevenzione del suicidio ha per primo sperimentato la linea di aiuto 24-7. Intorno al 1970 il centro aveva uno staff di 20 persone e gestiva più di 6000 chiamate l’anno. Più di 100 centri simili sono stati aperti in tutto il paese.
Norman ha pubblicato numerosi libri e articoli sul suicidio e ha fondato l’associazione internazionale di prevenzione del suicidio. Nel 1965 Norman ha iniziato a istruire funzionari di polizia sui metodi più efficaci per prevenire il suicidio.
Norman ha ampliato il suo campo per includere i familiari che restano dopo un suicidio. Nel 1981 ha fondato il primo gruppo di supporto di sopravvissuti dopo il suicidio.
La figlia di Norman, Hilary Farberow-Stuart, ha detto che la dote migliore di suo padre era la sua capacità di ascoltare. “Riusciva a essere lì, e invece di giudicare in alcun modo, forma o contenuto, riusciva ad essere tranquillo e guardare la situazione e chiedere che cosa era necessario e cosa sarebbe stato d’aiuto… Questo era il lavoro della sua anima.”
Norman Farberow è morto il 10 settembre 2015 all’età di 97 anni. Incredibilmente, il 10 settembre è la giornata mondiale per la prevenzione del suicidio – un giorno reso possibile dal lavoro di tutta una vita di Norman.
Per la sua dedizione e perseveranza nel salvare un numero incalcolabile di persone, onoriamo Norman Faberow come eroe del giovedì di questa settimana (qui, traduzione mia)
norman-farberow
barbara

BREVE MESSAGGIO ALLA SIGNORA MARIA CECILIA GUERRA,

vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità.
guerra
I fatti: un ragazzo di 21 anni, studente di medicina, si è suicidato perché “L’Italia è un Paese democratico, libero, ma è anche una nazione dove ci sono persone omofobe”. Nel testo dell’articolo di Rinaldo Frignani, per inciso, viene anche detto che “un omosessuale su dieci ha pensato al suicidio” e che “il 30 per cento dei giovani che negli ultimi anni si è tolto la vita lo ha fatto perché gay, per la paura o l’esperienza vissuta in prima persona di essere rifiutati”. E io, sempre per inciso, mi chiedo quanti negri si siano suicidati o abbiano pensato al suicidio perché hanno scoperto che ci sono persone razziste da cui temono di essere rifiutati; quanti ebrei si siano suicidati o abbiano pensato al suicidio perché hanno scoperto che ci sono persone antisemite da cui temono di essere rifiutati; quante donne si siano suicidate o abbiano pensato al suicidio perché hanno scoperto che ci sono persone misogine da cui temono di essere rifiutate.
Dei morti, si sa, non si deve mai parlar male, e quindi non dirò che il ragazzotto in questione è un emerito coglione, ma parlandone come da vivo non saprei davvero come altro definire uno che si ammazza con una motivazione (scritta, documentata) del genere. Per non parlare della sconfinata meschinità, dell’infinita perfidia del suicidio come vendetta, per lasciare chi resta in preda al rimorso (“E chi ha questi atteggiamenti dovrà fare i conti con la propria coscienza”).
Ma tutto questo è solo per contestualizzare: il tema di questo post, come preannunciato dal titolo, è la signora Maria Cecilia Guerra, vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, la quale ha detto che “Siamo tutti responsabili”. Ecco. Il mio messaggio alla signora Maria Cecilia Guerra, vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, è: Signora, vada a cagare. E poi tiri subito l’acqua, mi raccomando, che ho idea che la sua merda sia di quelle appiccicose, che se non si tirano via subito poi si attaccano e non vengono più via. Se lei ha qualche motivo per sentirsi responsabile parli per sé, per favore, e lasci in pace gli altri, che qua c’è gente che ne ha pieni i coglioni di questa storia che dovrebbe sentirsi responsabile e colpevole di tutto, che sia un ragazzotto che si ammazza perché ha paura che la vita gli presenti qualche difficoltà da affrontare, o della gente che affoga perché ha la geniale idea di dare fuoco alle coperte e poi per sfuggire al fuoco che ha intenzionalmente provocato si butta tutta da una parte facendo rovesciare il barcone. O di qualunque altra disgrazia capiti in giro per il mondo. Io di colpe e di responsabilità per conto terzi non ne prendo da nessuno. E vado avanti per la mia strada, così:

(E a chi avesse intenzione di venire qui ad accusarmi di essere cinica, un cordiale vaffanculo preventivo)

barbara

QUEL CHE SUCCEDE IN IRAN

Ufficialmente in Iran il suicidio non esiste. Si chiama “depressione” o “attacco di cuore”. Ammetterne l’esistenza sarebbe una sconfitta del regime islamico degli ayatollah. Lo stesso avveniva nella Germania dell’est, capitale mondiale dei suicidi fino agli inizi degli anni Novanta. Una terribile realtà enunciata così nel magnifico film “Le vite degli altri”: “Il dipartimento centrale di statistiche della Ddr in Hans-Beimler-Strasse registra tutto, sa tutto. Quante paia di scarpe compriamo ogni anno (due, tre), quanti libri leggiamo ogni anno (tre, due) e quanti studenti superano brillantemente ogni anno l’esame di maturità (6,347). Ma c’è una cifra che non viene aggiornata, forse perché anche ai burocratici fa impressione: quella del numero di suicidi. A chi telefonasse in Beimler-Strasse per chiedere quante persone la disperazione ha indotto a togliersi la vita tra l’Elba e l’Oder, tra il mar Baltico e la frontiera meridionale, l’oracolo delle statistiche non risponderebbe. Probabilmente passerebbe subito il nome dell’incauto che ha chiamato alla Stasi, il servizio segreto di stato che tutela la sicurezza e la felicità dei cittadini della Ddr. Nel 1977 il nostro paese ha smesso di conteggiare i suicidi”.
C’è un suicidio spettacolare, indicibile, segreto e inconfessabile che oggi fa arrossire la teocrazia iraniana. E’ quello del figlio del nuovo presidente, Hassan Rohani. Avvenne nel 1992. Il figlio di Rohani lasciò un biglietto prima di uccidersi. Si tratta di una lettera di accusa indirizzata al padre, allora funzionario della Difesa e ayatollah in ascesa: “Odio il tuo governo, le tue menzogne, la tua corruzione, la tua religione, le tue doppiezze, la tua ipocrisia. Mi vergogno a vivere in questo ambiente, dove ogni giorno devo mentire ai miei amici, spiegare loro che mio padre non fa parte di tutto questo. Dire che mio padre ama questo paese, che non è vero. Mi fa star male vederti, padre, baciare la mano di Khamenei (la Guida Suprema, ndr)”. Dopo gli incidenti, la seconda causa di morte in Iran oggi è il suicidio. L’Iran ha il triste primato mondiale dei suicidi con una media tra i venticinque e i trenta casi su centomila (contro una media di 11,5).
Negli ultimi tre anni il tasso di suicidi in Iran è salito del diciassette per cento. Ogni giorno dieci iraniani si tolgono la vita. Hanno scelto la morte tanti intellettuali, blogger, ayatollah dissidenti, ordinari cittadini finiti sotto la mannaia del regime. E’ il suicidio a svelare il volto oscuro e terribile della Repubblica islamica dell’Iran. Ogni giorno, l’ospedale Loqman della capitale Teheran ricovera decine di pazienti che hanno cercato di togliersi la vita in numerosi modi. Le stesse strutture mediche cercano di tenere nascosti questi dati. Secondo il quotidiano Sedaya Edalat, l’Organizzazione medica iraniana avrebbe ordinato di “non comunicare alcun dato ufficiale al riguardo”. Nelle zone rurali, una delle cause dei suicidi sono i matrimoni combinati, ai quali le bambine possono essere costrette sin dall’età di nove anni. Il blogger Omidreza Mirsayafi aveva trent’anni quando si è tolto la vita nel famigerato carcere di Evin, la Lubianka iraniana. “Dedicava la maggior parte dei suoi articoli alla musica tradizionale persiana e alla cultura”, comunicherà Information Safety and Freedom. Mirsayafi non era un politico, ma a costargli la vita è stata la critica dei leader iraniani. “Omidreza soffriva di un’acuta forma di depressione e avrebbe abusato dei farmaci”, recita il bollettino ufficiale. Sembra scritta dagli ascari di Honecker.
Dalle finestre della cella, Mirsayafi poteva vedere l’area dove ancora oggi uomini e donne vengono seppelliti fino al collo e presi a sassate finché non muoiono. Il blogger aveva scritto: “Vivere nel paese di Khomeini è nauseante, vivere in un paese il cui presidente è Ahmadinejad è una grande vergogna”. Il suo primo post su Internet era del settembre 2006: “Cos’è la libertà? Non lo so, ma so che un giorno vedrò la sua ombra scendere sulla mia terra”. Due anni e mezzo dopo telefona alla madre dal carcere. Parlano della depressione, lei chiede se ha preso le medicine per il cuore che gli ha prescritto il medico. Omidreza morì di lì a poco. Il suo blog, in farsi “Rouznegar”, significa “il diario dello scrittore”. Tutto per lui cambia il 22 giugno del 2007, quando fa nomi e cognomi dei responsabili della tortura del suo popolo. Mirsayafi sapeva di essere entrato in un territorio incandescente, ma sapeva anche di essere un semplice blogger senza celebrità all’estero. Invece, per quelle poche righe, è finito nella cellula numero sette, sezione cinque, di Evin. Tre anni fa si è ucciso a Los Angeles, dove viveva in esilio, anche lo scrittore Mansour Khaksar, che aveva fatto la prigione sia sotto la monarchia dei Pahlavi che sotto gli ayatollah islamici. Stessa sorte per Siamak Pourzand. Aveva già tentato il suicidio due volte, la seconda con i suoi pantaloni. C’è riuscito gettandosi dal sesto piano della sua abitazione a Teheran. La sua storia tragica inizia con l’incontro con il “Vishinsky iraniano”, il giudice Jafar Saberi. Le imputazioni contro il decano del giornalismo iraniano si erano srotolate come un catalogo ben rodato: “Propaganda contro il sistema islamico”, “spionaggio a favore di governi stranieri”, e ancora “emigrato”, “collaborazionista”, “servo”. Pourzand era stato accusato anche del crimine per antonomasia nella repubblica della sharia: aver dichiarato “guerra contro Dio”, mohareb, e poi di “relazioni sessuali illecite”, e persino di “consumo di vino”. Nel mercuriale iraniano corrisponde a novantanove frustate. Il “Gandhi di Teheran”, come veniva chiamato Pourzand, non ha retto alla brutale repressione.
C’è chi lo ha paragonato a Jan Palach, lo studente praghese che si diede fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Altri hanno accostato il suo nome a quello di Szmul Zygielbojm, l’ebreo polacco che nel 1943, in segno di protesta contro l’indifferenza degli Alleati nei confronti dell’Olocausto in fieri, si uccise con il gas a Londra. Altri ancora a Nelson Mandela e a Václav Havel. Eminente giornalista e critico prima della presa di potere islamista del 1979, Pourzand aveva subito più di un trentennio di attacchi per mano del regime, compreso un rapimento da parte dei servizi di sicurezza e diversi anni di reclusione nel famigerato carcere di Evin. Era noto ad alcuni intellettuali europei, specie per via della sua passata collaborazione alla rivista francese di critica cinematografica Cahiers du Cinéma. A favore di Pourzand nel 2006 era intervenuto anche il vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Fra le accuse a Pourzand, quella da lui “confessata” in televisione di aver avuto contatti con Reza Pahlavi, il figlio dello Scià. La tv di stato iraniana ha trasmesso ripetutamente le sue parole estorte con la tortura: “Il mio obiettivo era promuovere la promiscuità culturale e creare disillusione tra i giovani. Io e i miei amici volevamo promuovere la cultura occidentale, e uno stato secolare”. Quando nel 2009 la polizia iraniana ha ucciso per strada Neda Soltan, la ragazza simbolo delle proteste giovanili, Pourzand disse: “Hanno ucciso mia figlia”. La famiglia ha chiesto che il dissidente venisse sepolto nel cimitero di Teheran riservato agli artisti, il Behesht-e Zahra. No, ha risposto il regime, perché “Pourzand ha vissuto ed è morto in maniera non islamica”. Prima della rivoluzione khomeinista, Pourzand faceva il corrispondente per il giornale iraniano Keyahn.
Tra le altre cose, aveva intervistato il presidente Richard Nixon e raccontato il funerale di John F. Kennedy. I servizi segreti iraniani iniziarono a seguirlo da vicino quando nel 1998 raccontò il funerale dei coniugi Dariush e Parvaneh Forouhar, due intellettuali che erano stati uccisi nel loro appartamento di Teheran. Nel 2001 fu catturato dai servizi segreti vicino alla casa di sua sorella, a Teheran. Fu interrogato e torturato ripetutamente, nonostante avesse già oltre settant’anni. Fu costretto a “confessare” in televisione di fronte al giudice e ad alcuni giornalisti che il governo aveva istruito per l’occasione. Quando uno di questi fece una domanda che non era “prevista”, Pourzand si rivolse al suo avvocato d’ufficio e chiese: “Questa non era nell’elenco, che cosa devo dire?”. Dagli Stati Uniti gli ha scritto una lettera postuma una delle figlie, Azadeh: “Ho sentito dire che per un momento ti sei aggrappato al bordo del balcone prima di lasciarti andare. E’ stato perché ti stavi pentendo della tua decisione? O perché per un secondo hai creduto di sentirmi bussare alla porta? Il pensiero di te che ti tieni aggrappato al bordo di quel balcone per un momento prima di lasciare che la morte prenda il sopravvento mi uccide, trapassa i miei occhi come una spina appuntita. Mi manchi così tanto, papà. Mi sei mancato per anni. Non te ne faccio una colpa, neanche per un momento. Avevi tutto il diritto di cercare la libertà in questo modo. Sappi soltanto che ora il pensiero della tua testa infranta su quel terreno, il tuo sorriso meraviglioso e tutte le cose che mi hai sempre detto mi danno forza e, al tempo stesso, mi fanno morire ogni secondo di una brutta morte”.
Si è ucciso anche Ali-Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, con un colpo di pistola nel suo appartamento di Boston, dove viveva in esilio. La famiglia, al momento del suicidio, ha dichiarato che “come milioni di giovani iraniani, anche lui era molto disturbato dalle sventure capitate alla sua patria, ma portava anche il peso della morte del padre (nel 1980 in Egitto, dove era stato costretto a riparare dopo la rivoluzione) e della scomparsa della sorella (che si era suicidata nel 2001, a trentuno anni, per depressione e overdose di farmaci)”. Ha tentato il suicidio anche Ali Tehrani, il cognato dell’ayatollah Khamenei, sposato alla sorella Badri, e che ha trascorso diversi periodi al confino e in carcere per aver condotto una campagna contro i leader religiosi iraniani. Si sono suicidati Nahal Sahabi e Behnam Ganji, una giovane coppia iraniana, lei maestra d’asilo e lui studente, innamorati e pieni di speranze per il futuro, vittime di un regime crudele che ha distrutto le loro vite semplicemente perché Ganji divideva un appartamento con un attivista per i diritti umani. Ganji è stato detenuto per otto giorni, alcuni dei quali in isolamento. Quando è uscito era un uomo distrutto. Si rifiutava di parlare del suo tormento carcerario. Non voleva vedere i suoi amici né rispondere alle telefonate. Si è ucciso con una overdose di medicinali. Anche Sahabi è rimasta nel carcere di Evin per tre giorni, vivendo nel continuo incubo di essere violentata. Si è suicidata nella sua stanza, nella casa dei genitori a Teheran. Come il suo ragazzo, lo ha fatto con un’overdose. E lo ha fatto nello stesso giorno della settimana, il martedì. Le ultime parole sul blog sono state di qualche giorno prima: “E’ di nuovo giovedì. Vieni Behnam. Balliamo insieme ancora una volta di giovedì”. C’è un libro proibito oggi in Iran. Si intitola “Il gufo cieco”.
Venne scritto da Sadeq Hedayat, il capostipite della letteratura iraniana moderna, anche lui morto suicida a Parigi, oppositore sia dello Scià che dei fedeli dell’imam Khomeini. Hedayat è l’autore di racconti come “Sepolto vivo”, un poderoso atto d’accusa contro “l’Iran dei religiosi inturbantati”. L’Iran di oggi è come il gufo di Hedayat. Un magnifico uccello notturno. Ma cieco al futuro. Questo, forse, aveva visto il figlio di Hassan Rohani prima di premere il grilletto della pistola del padre. Si uccise, simbolo tragico del suicidio dell’Iran contemporaneo, con l’arma della Rivoluzione.
Giulio Meotti, Il Foglio, 17 agosto 2013

Poi, per restare in zona, vai a leggere qui.

barbara

DEDICATO A JAN PALACH

Che quest’anno compirebbe sessantacinque anni, e invece da decenni non c’è più. (E indirizzato a quelli che la disperazione e l’occupazione e la violenza quotidiana e la mancanza di prospettive e di futuro, insomma, bisogna capirli quei poveracci che non trovano altra via d’uscita che morire uccidendo).
E con un pensiero riconoscente alla sua Patria che è riuscita a resistere alla follia e ai ricatti e a conservare la dignità.

(E chi ha la mia età ancora lo risente, quel fuoco, nella carne)

barbara

QUEI RAGAZZINI CHE SI SUICIDANO

Andrea, di Roma, 15 anni si è impiccato. E la prima preoccupazione della famiglia sembra essere stata quella di proclamare che no, non è mica vero che era omosessuale: si travestiva per gioco, ma in realtà era “normale”. Perché il marchio d’infamia bisogna toglierlo, subito, sai che vergogna per la famiglia se fosse vero che era uno sporco finocchio! La prima preoccupazione della scuola invece è stata quella di scagionare tutti, compagni e insegnanti: prese in giro? Insulti? Persecuzioni? Tutte balle, qui siamo tutti santi, tutti angeli, non abbiamo pregiudizi, quel ragazzo lo adoravamo. Evidentemente si è impiccato perché un giorno gli è entrato un moscerino nell’occhio e non ha visto la corda. E dopo Andrea il ragazzo di Vicenza, 16 anni, situazione analoga; non è arrivato al suicidio perché i genitori hanno avuto la capacità di “vedere” e hanno trovato la volontà e il coraggio di prendere in mano la situazione, scongiurando così il peggio.
Sono andata a ripescare un post scritto, in una identica circostanza, circa cinque anni fa, e ho visto che lo posso riproporre pari pari, senza cambiare una virgola, come se lo avessi scritto oggi per la circostanza attuale.

 

DEL SEDICENNE SUICIDA, DELLA SCUOLA E DI ALTRO

Chiunque insegni e sia capace di vedere ciò che ha intorno lo sa: in ogni classe c’è un bersaglio fisso. Da sempre. Non ci sono eccezioni. Il più delle volte è uno bravo, ma occasionalmente può anche non esserlo. Quasi sempre è un maschio. Qualche volta i bersagli fissi sono due, e in questi casi sono sempre un maschio e una femmina. Una volta, quando ho avuto l’impressione che il rischio di suicidio da parte del bersaglio fosse molto elevato, ho chiesto l’intervento di un sociologo. Il preside per prima cosa ha chiesto al consiglio di classe se avesse notato qualcosa: naturalmente nessuno aveva notato alcunché di particolare. In questi casi la persona maggiormente ascoltata è la collega di arte, laureata in architettura e ora laureanda in psicologia. Ovviamente – e chi ha a che fare con psicologi e affini avrà ben chiaro il motivo per cui dico “ovviamente” – fra tutti noi è quella che ha il peggiore rapporto con gli scolari, non riesce a farsi rispettare, la sbeffeggiano, e per riuscire ad avere un minimo di ascolto impone una disciplina da caserma. E, va da sé, non capisce niente di quello che succede in classe. La situazione normale comunque è che io dico succede questo e succede quest’altro, tutti gli altri dicono no, io non ho mai visto succedere niente, e quindi non se ne fa niente. Nonostante l’episodio di M. Avevo, con lui, denunciato sintomi di gravissimo disagio. Avevo più che fondati sospetti che subisse violenza sessuale dal padre e sistematiche sevizie da parte della madre. Niente: M. è un rompicoglioni, punto e basta. Ho mosso mari e monti, per quel ragazzo, ma non sono riuscita ad impedire che la sofferenza superasse la sua capacità di sopportazione: ad un certo punto ha staccato la spina. Ha smesso di camminare, di muoversi, di mangiare, di parlare. Passava le giornate chiuso in casa immobile, muto, a fissare il vuoto con occhi privi di espressione. Dovrebbero saperlo, dunque, che quando grido al lupo farebbero meglio a guardarsi intorno perché il lupo c’è. E invece niente. Le cose strane succedono, ammesso che sia proprio vero che vero che succedono – perché anche questo viene messo in dubbio – solo da me, da loro non succede niente, è tutto normale, niente da segnalare. E così dunque anche con K. In quell’occasione, comunque, era fortunatamente successo che il preside aveva visto il ragazzo in questione che aspettava l’autobus delle superiori perché in quello delle medie non lo lasciavano salire. Non che se saliva poi lo maltrattavano, no: proprio gli impedivano materialmente di salire. Di conseguenza era discretamente propenso ad ascoltarmi. L’intervento del sociologo poi l’ho ottenuto, ma solo perché quella era una classe speciale, che seguiva un progetto particolare. Ci è costato, per inciso, un migliaio di euro. Attraverso drammatizzazioni di tipo teatrale, il sociologo è riuscito a portare allo scoperto molte cose prima nascoste. Poi ha discusso con loro, li ha fatti riflettere sulle varie dinamiche che agivano nei loro rapporti, ha fatto loro prendere coscienza della sofferenza immensa che certi comportamenti provocavano. Dopodiché nel loro comportamento è cambiato tutto: mentre prima colpivano a casaccio e spesso, ma non sempre, riuscivano a ferire K., da quel momento in poi ogni attacco era perfettamente mirato, e di colpi a vuoto non ce ne sono stati più. La crudeltà innata in bambini e ragazzi è cosa da dare la vertigine, ed è molto difficile trovare qualcuno che ne sia esente. Questo è un dato di fatto, e toccherà farsene una ragione. Non accade molto spesso che il bersaglio arrivi al suicidio, ma parecchi ci vanno molto vicino. Detto questo, nella vicenda di Matteo la cosa, a mio avviso, in assoluto più oscena, immonda, nauseante è stata la preoccupazione di preside insegnanti e psicologa per i compagni: «Il senso di colpa potrebbe travolgerli». Travolgerli?? Preoccupazione?? Ma io spero che ne siano schiantati! Io spero che la consapevolezza della loro colpa – consapevolezza, non senso: il senso di colpa è tutt’altra cosa – li accompagni fino al loro ultimo giorno di vita e impronti ogni loro azione e ogni loro scelta. Anche al mio amico D. è capitato. Oggi è sulla cinquantina, D., e i fatti risalgono a oltre trent’anni fa. Lo rincorrevano per i corridoi urlando “ammazziamolo, ammazziamolo il culattone!” e lui che si rifugiava nei bagni col cuore che gli scoppiava. Per inciso – non che sia importante: lo dico solo per amore di precisione – D. non era affatto finocchio, era solo dolce e gentile e sensibile. Poi è capitato che un giovane di buona famiglia, ricchissimo e molto “maschio”, giusto per dare prova della sua virilità, con l’aiuto di due amici che lo hanno tenuto fermo e di un terzo che, per togliergli ogni capacità di reazione, gli ha stritolato le palle, lo ha violentato. A questo punto ha perso anche la possibilità, quando gli dicevano rotto in culo, di replicare che non era vero. La prima volta che ci ha provato, è stato buttando giù un’intera confezione di sonniferi. Poi poco dopo ha cominciato a stare talmente male che si è infilato due dita in gola e ha buttato fuori tutto. La seconda volta ha scavalcato la ringhiera del terrazzino della mansarda, al quinto piano. Nel momento in cui stava per lanciarsi gli è arrivato lo strillo della vicina: «D.!! Cosa diavolo stai facendo?» Ha farfugliato su «Ah … no … niente … mi è caduto un … stavo cerc … ma sarà meglio che lasci perdere». Ha riscavalcato la ringhiera ed è rientrato. Poi credo di essere riuscita a convincerlo che anche con una situazione così, dopotutto, si può riuscire a convivere. Credo di essere l’unica persona al mondo a conoscere tutta la vicenda – sono parecchie, in effetti, le vicende che sono l’unica persona al mondo a conoscere, e un po’ pesano, devo dire, ma sono anche un bagaglio importante, al quale non potrei rinunciare. Comunque. La storia di D. l’ho raccontata per chiarire che c’è ben poco di nuovo sotto il sole. Da sempre, il meno ostentatamente maschio della classe diventa automaticamente IL finocchio, e che lo sia o non lo sia, è dettaglio del tutto secondario. Se per caso qualcuno ha intenzione di chiedermi quale soluzione, forte dei miei 32 anni in cattedra, potrei suggerire, la risposta è: boh. Non lo so. Quello che, in compenso, NON suggerisco è la tolleranza, l’indulgenza, la maggiore comprensione per i carnefici che per le vittime. Picchiare gli scolari è vietato per legge – giustamente, ci mancherebbe! Ma nessuno è mai andato a raccontare che gli ho tirato un poderoso calcio negli stinchi dietro l’angolo avvertendo: “La prossima volta ti andrà peggio”. I semi-slogamenti di polsi con mossa di karatè invece li faccio pubblicamente, perché fa fico da matti, e si sentirebbero terribilmente pirla ad andarsene a lamentare. E normalmente funziona, oh se funziona!

barbara