WILDERS, HAI SBAGLIATO TUTTO!

Geert Wilders dovrebbe rassegnarsi. La sua unica speranza di venir preso sul serio anziché venir liquidato come un nazista, xenofobo e islamofobo, non è vincere le elezioni, ma farsi ammazzare.
Invece niente. Ieri, all’uscita dalle urne, ripeteva «di sperare d’essere uno dei vincitori di questo voto». Ormai s’è convinto. «Maggiore sarà l’affluenza dice – maggiore sarà la possibilità di diventare primo ministro». È addirittura persuaso d’avere un seguito. «Abbiamo lasciato il nostro segno ripete – alle elezioni tutti parlano dei nostri temi». Non sa di star sprecando le sue chances. La migliore l’ha buttata alle ortiche il 10 novembre 2004. Quel giorno tre amichetti di Mohammed Bouyeri, il buontempone che una settimana prima aveva sgozzato nel centro di Amsterdam Theo Van Gogh, regista di «Submission», erano pronti a liquidare a colpi di granate lui e Ayaan Hirsi Ali, protagonista del filmaccio.
Era un’occasione d’oro. Geert Wilders poteva diventare un martire e venir finalmente preso sul serio. Invece no, preferì sopravvivere e dribblare altre irripetibili occasioni. Nel 2010, ad esempio il predicatore islamista Feiz Mohammed, animatore di una rispettabilissima chat islamista, invita dall’Australia a «mozzargli la testa» per «aver denigrato l’Islam». Subito dopo le occasioni si moltiplicano. Inspire, raffinata rivista di Al Qaida, inserisce Wilders in una lista nera con la solita Ayaan Hirsi Ali, Salman Rushdie, il vignettista danese Kurt Westergaard e Stéphane Charbonnier, il vignettista di Charlie Hebdo. Ma lui niente. Invece di offrire il collo continua a professarsi liberale ripetendo di avercela «non con i musulmani, ma con l’Islam» perché «Islam e libertà sono incompatibili». Certo farsi decapitare è seccante, ma per il quieto vivere qualche sacrificio bisogna pur farlo. Wilders, invece, s’incaponisce a vivere sotto scorta, a cambiar letto tutte le sere e ad indossare il giubbotto antiproiettile ogni volta che esce. E nonostante queste comodità continua le sue litanie. «È in gioco il nostro futuro perché – ha detto nell’ultimo dibattito Tv – l’Islam è una minaccia per l’Olanda». Ma che sarà mai? Han sgozzato l’insopportabile Theo Van Gogh e tentato di far fuori lui e la sua amichetta Hirsi Ali, ma in fondo non ci son neppure riusciti. Quindi perché prenderla sul personale? Perché biasimare Maometto definendolo «un signore della guerra e un pedofilo uno che al giorno d’oggi sarebbe ricercato come terrorista». Che scarsa sensibilità. Che mancanza di sportività.
E poi perché mai intignare anche contro la provvidenziale Unione Europea? «Se vinco ripeteva ieri – farò un referendum (contro l’Ue) perché abbiamo dato il nostro denaro a Paesi stranieri. Dobbiamo restituire l’Olanda agli olandesi». Quanto personalismo, quanto disdicevole risentimento personale. Si sarà mica offeso perché nel febbraio 2009 Jacqui Smith, allora segretario agli Interni inglese, usò l’articolo 19 della legge europea sull’immigrazione per dichiararlo persona non grata, bloccarlo all’aeroporto di Londra e rispedirlo in Olanda? Il provvedimento, in fondo, non faceva una piega. Wilders – a differenza del milione di profughi entrato in Europa a fine 2015 – rappresentava indubbiamente, come recita la legge europea, una «minaccia al pubblico, alla salute e alla sicurezza».
Ma l’ostinato Wilders da quell’orecchio non ci sente. Del resto se ci sentisse non continuerebbe a ripetere di «ammirare Israele» di «considerarlo la prima linea di difesa contro l’Islam». Se capisse quelle e altre cose non continuerebbe a definirsi un liberale di destra. Non si lagnerebbe quando lo definiscono un inguaribile xenofobo, un intoccabile populista e uno spregevole nazista. Se lo capisse farebbe come il vignettista Stéphane Charbonnier finito assieme a lui nella lista nera di Al Qaida. A Charbonnier è andata di lusso. Il 7 gennaio 2015 s’è lasciato massacrare assieme ad altri 11 fortunati. E da allora tutto il mondo che conta e piace si vanta d’essere come lui e gli altri di Charlie Hebdo. Ma lui no. Geert, quell’infame, pretende di vincere le elezioni. E «Je suis Wilders» non vuole sentirselo dire.

Gian Micalessin – Gio, 16/03/2017 – 09:23

Secondo me questa cosa di pretendere di restare vivi invece di offrire il collo sacrificale alla nobile mannaia della giustizia islamica, dovrebbero classificarla come crimine contro l’umanità, ecco.

barbara

DALLA VOSTRA INVIATA SPECIALE A GINEVRA

Eravamo tanti. Eravamo belli. Eravamo variopinti (in tutti i sensi). Eravamo emozionati e commossi. Eravamo felici di essere lì, a testimoniare, con la nostra presenza, in favore della verità e della giustizia: in favore di Israele (e possiamo aggiungere, con orgoglio, che noi dall’Italia eravamo circa la metà di tutti i presenti).
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Dal palco hanno parlato (brevemente, perché tutti coloro che sono intervenuti lo hanno fanno per portare la propria testimonianza e il proprio contributo, non per sbrodolarsi addosso e farsi pubblicità), vari personaggi, fra i quali voglio ricordare lui,
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il colonnello Richard Kemp, che ci ha ricordato una verità tanto ovvia ed evidente quanto volutamente ignorata: quelli di Hamas sono criminali, sono assassini, sono terroristi, ma non sono scemi; Hamas non pensa minimamente di poter, con le proprie azioni, non dico distruggere, ma neppure indebolire Israele. L’obiettivo dei suoi missili, dei suoi attentati, dei suoi tunnel è quello, non meramente tattico bensì strategico, di costringere Israele a reagire e, inevitabilmente, visti i metodi messi in atto da Hamas stesso, uccidere civili palestinesi; fatto questo, a indebolire Israele provvederà poi il mondo intero, come sta effettivamente facendo, Onu in testa.
E ha parlato lei,
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Adela Raemer, madre e nonna che vive al confine con Gaza, e ha cercato di far capire a noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, che cosa significhi vivere, e soprattutto far vivere i bambini, in quelle condizioni, subire un quotidiano bombardamento di missili, con pochissimi secondi per scappare nei rifugi, e non sempre quei pochi secondi sono sufficienti (e forse, grazie ai due panzer d’assalto di Over the Rainbow di Torino e Milano, Emanuel Segre Amar ed Eyal Mizrahi, dopo i moadim di settembre riusciremo ad averla anche in Italia, nelle due città in questione).
Ed è venuto anche lui,
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che tanto per cominciare ci ha fatto ammirare il suo splendido inglese, decisamente lontano da quello che altri personaggi nostrani ci avevano a suo tempo propinato. E poi… cosa faccio, lo dico? O forse è meglio che lasci perdere… Vabbè dai, lo dico: quando ha parlato lui ho pianto, ecco. Ma proprio pianto per bene. E non solo io. Sentire, con quella sua parlata sanguigna, “perché Israele è un atto d’amore nella forma nazionale che ha assunto nella  storia e della sua legittimazione politica e costituzionale. Israele è un atto d’amore verso la gioia di vivere e verso il futuro ed un atto di sopravvivenza all’interno di una grande tradizione…” Israele è un atto d’amore: ecco, in queste poche, apparentemente semplici parole, c’è tutta l’essenza di Israele, ed è per questo che ci toccano le nostre corde più profonde.
E qui è quando tutti insieme, alla fine, loro
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e noi,
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abbiamo cantato HaTikvah.

Poi, a margine di tutto questo, è anche successa una cosa un tantino spiacevole, ma qui non se ne parlerà, perché i panni sporchi, dopotutto, si lavano in casa.
E poi è anche successo che a Ivrea uno degli autobus provenienti da Milano è dovuto uscire dall’autostrada per entrare nell’adiacente parcheggio a raccattare su diciannove partecipanti torinesi perché il signore e padrone di Italia-Israele di Torino si è rifiutato di far salire sui “suoi” autobus quelli di Over the Rainbow (perché dopotutto c’è un limite alla quantità di sporcizia che si può essere disposti a tenere nascosta in casa).

E questa è la vostra inviata speciale, per l’occasione ribattezzata “Titti”,
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e questa è sempre lei,
inviata 2
la suddetta inviata speciale, insieme a un’amica preziosa e sollecita (soprattutto per la mia stramaledetta sciatica che, per quanto imbottita di cortisone e antidolorifici, è stata un’autentica tortura per tutta la giornata. Ma tanto siamo giovani e forti e prima o poi ci riprenderemo)

NOTA: tutte le foto sono di Maurizio Turchet.

barbara

AGGIORNAMENTO: per una migliore documentazione, qui.

DAVIDE, DISCOLPATI!

Il celeberrimo, storico articolo scritto da Rosellina Balbi all’indomani della deposizione di una bara di fronte alla sinagoga di Roma, finalmente recuperato grazie al loro prezioso lavoro.

PROVATE ad immaginare per un momento che, nel settembre del 1939, scendessero in piazza a Berlino centomila persone per manifestare contro l’invasione della Polonia. E che un generale, già capo di Stato maggiore della Wehrmacht, protestasse pubblicamente per lo stravolgimento fatto da Hitler del ruolo dell’esercito, destinato, a giudizio del generale, esclusivamente alla difesa del suolo tedesco. E che un gruppo di soldati inviasse una lettera aperta ai giornali (e questi la stampassero), in cui le decisioni del governo venivano aspramente criticate. E che un movimento denominato «Pace, adesso» lanciasse lo slogan «Mai più una guerra come questa», riuscendo a mobilitare migliaia e migliaia di giovani.
E che un’altra organizzazione proclamasse di voler portare «aiuto umanitario» agli innocenti abitanti di Varsavia intrappolati dalla guerra. Confessiamolo: neppure la più sbrigliata inventiva da romanziere fantapolitico riuscirebbe a rendere credibile un simile «scenario». E tuttavia, in un paese che oggi molti definiscono «nazista», e al quale si attribuisce da tante parti la volontà di perpetrare un genocidio, in questo paese sono avvenute e stanno avvenendo cose come quelle che ho raccontate prima (traggo le informazioni dalla stampa francese, non certo sospetta di tenerezza verso la politica israeliana).

Pregiudizio sfavorevole
Basta sostituire ai polacchi i libanesi e i palestinesi, alla Wehrmacht le truppe di Israele, Tel Aviv a Berlino, Beirut a Varsavia e Begin – nientemeno – a Hitler. Per quale motivo, dunque, sono state riesumate (sia pure sull’onda dell’emozione di fronte a tanta tragedia) le vecchie parole legate all’orrore di quaranta anni fa? Perché la stella di Davide è stata presentata come una nuova croce uncinata? Perché, come ha scritto Alain Finkielkraut su Le Matin, nei confronti di Israele c’è come una «indignazione selettiva»? A leggere i giornali, osserva lo stesso Finkielkraut, si direbbe che «soltanto Israele versi il sangue nel Medio Oriente, che la guerra Irak-Iran sia stato un conflitto tutto da ridere, che fino alle ultime settimane il Libano fosse una Terra Promessa»; laddove in quel disgraziatissimo paese la guerra civile «ha fatto almeno cinque volte più vittime dell’invasione israeliana».
Naturalmente non è questione di contabilità (altrimenti si potrebbero ricordare, come ha fatto sull’Observer Connor Cruise O’ Brien, i ventimila morti provocati dall’assalto sferrato alla città siriana di Hama da parte delle truppe governative, nell’intento di sbarazzarsi dei ribelli armati mescolati alla popolazione civile). È invece questione di parole: che in questo caso sono più che pietre. «La funzione di uno scrittore è quella di chiamare “gatto” un gatto. Se le parole sono malate, spetta a noi guarirle». Lo ha detto Sartre (e lo ha ricordato Finkielkraut). Ora, mai come in questi giorni abbiamo ascoltato un così gran numero di parole «malate».
Nel Libano sono morte molte migliaia di persone innocenti – oltre ai combattenti palestinesi. È giusto provare per tutto ciò pietà, orrore, sdegno. Ma questo non autorizza, mi pare, l’uso del termine «genocidio». Finkielkraut osserva che «se Israele avesse perseguito il genocidio, non avrebbe invitato gli abitanti a lasciare le città libanesi, prima di effettuarne il bombardamento» (avvertimento che durante la seconda guerra mondiale non venne mai dato: non dai nazisti nel caso di Coventry, e neppure dagli alleati nei casi di Dresda, di Hiroshima e Nagasaki). lo vorrei sottolineare un’altra cosa: che sarebbe stato lecito paragonare Beirut, per l’appunto, a Dresda, ma non ad Auschwitz: che era, e resta, un’altra cosa.
Credo che il nocciolo della questione sia stato messo a nudo da Rossana Rossanda in un articolo apparso qualche giorno fa sul Manifesto: la pretesa, da parte dell’opinione pubblica europea, che Israele, e soltanto Israele, sia uno Stato «giusto». Se non si comporta come tale, ecco l’indignazione (selettiva). Non è una pretesa nuova: ricordo che anni fa se ne fece portavoce sulla Stampa Natalia Ginzburg, lamentando che gli israeliani, nel prendere le armi, avessero abbandonato la nobile tradizione ebraica della non-violenza. Ma è una pretesa insensata (lo ha osservato anche Rossanda). Stati «giusti» non esistono, e ancor meno Stati «innocenti». E così torniamo al punto di prima: perché solo Israele non viene giudicato con i criteri che si usano applicare agli altri Stati? Perché questo pregiudizio viscerale?
Si condanna la politica di Begin. D’accordo. La si giudica negativamente sul piano morale (un «delitto») e negativamente sul piano politico (un «errore»). D’accordo. Ma, per pronunciare questa condanna, bisognerebbe avere le carte in regola. Bisognerebbe ricordare «tutti» gli elementi del quadro, non solo quelli sfavorevoli a Israele. Bisognerebbe far presente, ad esempio, che la sovranità del Libano era da tempo una finzione; che nessun trattato di pace aveva messo fine alle ostilità tra arabi e israeliani; che da anni sulla terra d’Israele piovevano missili provenienti dal Libano; che in quel paese i palestinesi s’erano strettamente mescolati alla popolazione civile; che i palestinesi, ancora, hanno sempre rifiutato il diritto all’esistenza di Israele; che è stato questo rifiuto a impedire ai progressisti israeliani di far crescere il consenso popolare intorno a un progetto di trattativa politica: come diavolo si può negoziare quando l’interlocutore non esiste? E non è forse per questa «impasse» che Begin, e le forze che egli rappresenta, hanno finito per andare al potere?
Quando si è ricordato tutto questo – «solo» quando si è ricordato tutto questo – si ha il diritto, diciamo pure il dovere, di condannare Israele. Ma il pregiudizio sfavorevole è tale, che si sono addirittura passate sotto silenzio certe informazioni e si sono evitate certe analisi. Perché nessun giornale, o quasi, ha dato notizia del ritrovamento in Libano dei campi di addestramento per i terroristi europei? Forse perché ne avrebbe sofferto la divisione manichea tra «buoni» e «cattivi»? E perché si è taciuto del linciaggio, da parte palestinese, di piloti israeliani (le orrende immagini sono apparse nel Tg2)? E perché non si è messo più vigorosamente l’accento sulle responsabilità dei paesi arabi i quali – dopo aver invitato, nel 1948, gli abitanti arabi della Palestina a lasciare le proprie case – si sono poi rifiutati di assorbirli, li hanno rinchiusi nei campi sul confine israeliano e li hanno incitati alla guerra? E tanto poco li amano, che oggi non hanno mosso un dito per aiutarli, e magari sono lieti che Israele tolga le castagne dal fuoco per loro? Perché di tutto questo si tace? Scriveva nel 1976 lo scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt che lo Stato di Israele ha questo di peculiare: che «di fatto esiste, ma non sembra necessario a molti, anzi disturba sempre più, si vorrebbe che non esistesse; anche coloro che ne affermano l’esistenza sarebbero felici che non esistesse».

l buoni e i cattivi
Nell’articolo che ho citato più sopra, Rossana Rossanda si chiede per quale motivo, di fronte all’invasione israeliana del Libano, gli ebrei della Diaspora si sentano cosi terribilmente lacerati e coinvolti: “Io non mi sento che moderatamente responsabile di quello che fa Spadolini; e scrivere che l’Italia, oggi come oggi, un paese immondamente corrotto, non mi crea problema alcuno ( … ) perché dunque gli ebrei della Diaspora sentono una tragedia morale per quel che accade in Israele?»
Temo che la risposta sia, tutto sommato, semplice. Perché hanno paura. Perché, a «coinvolgerli», sono gli altri. Perché ogni deplorazione, ogni condanna della politica israeliana ha puntualmente provocato, in Europa, sussulti di antisemitismo. È accaduto in questi giorni in Inghilterra. È accaduto in Francia. È accaduto anche in Italia, dove – lo ha denunciato il rabbino Toaff – durante la recente manifestazione romana per lo sciopero generale «i dimostranti, sfilando o fermandosi davanti alla sinagoga, hanno gridato slogan diretti non solo verso il governo e lo Stato d’Israele, ma contro tutti gli ebrei in generale», portando addirittura una bara «proprio sotto alle due lapidi murate sulla facciata del tempio a ricordo degli ebrei trucidati alle Fosse Ardeatine ed a quelli caduti nella Resistenza».
Ed è grave che Luciano Lama, rispondendo a Toaff, dopo avere riaffermato che il movimento sindacale è nemico del fascismo e dell’antisemitismo, e dopo avere deplorato questi episodi, ha aggiunto essere comprensibile come, di fronte a ciò che accade nel Libano, «si sviluppi in vasti strati di cittadini e di lavoratori un sentimento di condanna politica e morale della linea brutale e aggressiva seguita dal governo Begin».

Guarire le parole
E questo, secondo Lama, dovrebbe giustificare gli insulti e le minacce al tempio ebraico? A quante chiese si sarebbe allora dovuto portar offesa nel corso della Storia, ogni qual volta il governo di uno Stato «Cristiano» assumeva iniziative deplorevoli? Perché confondere una religione con uno Stato? Lama non se ne è certo reso conto, ma queste sue parole sono pericolose. Sono, come avrebbe detto Sartre, «malate».
Ecco perché, amica Rossanda, gli ebrei della Diaspora si sentono coinvolti. Sul tuo stesso giornale non è forse apparso un articolo in titolato «Il Dio violento di Israele»?
Il Dio degli ebrei, dunque; il Dio di tutti loro, fuori e dentro lo Stato. Mi sbaglierò, ma dietro la «dichiarazione» contro Begin pubblicata su Repubblica, e firmata quasi esclusivamente da ebrei, c’è anche il timore, conscio o inconscio, di venire accomunati nella condanna della politica di Israele; e dunque il bisogno di dissociarsene, di far sapere che non tutti gli ebrei sono «cattivi».
Ha scritto ancora Durrenmatt: «In qualsiasi nome Israele venga condannato – in nome degli arabi, del blocco neutrale, dei progressisti, in nome della donna, dell’Unesco, forse presto anche in nome dell’Onu o addirittura anche in nome della libertà e della  giustizia – sono tutti nomi di cui si è fatto un cattivo uso, scarabocchiati da giudici disonesti su documenti falsificati». Scritti, per l’appunto, con parole «malate».
Perché non provare a «guarirle», queste parole? Ci si è provato l’altro giorno il vecchio Mendès France con il suo appello, in cui si auspica che venga finalmente intavolato un negoziato tra Israele e i palestinesi. Un appello che il consigliere politico di Arafat, lssam Sartoui, ha definito «pieno di saggezza». E, come è noto, lo stesso Arafat – sia pure in modo meno esplicito – sembra averne dato un giudizio analogo. Se le cose procederanno in questa direzione, qualche novità, psicologica e politica, potrà profilarsi anche all’interno di Israele.
Ecco: quello di Mendès è un tentativo di «guarire» le parole. E «guarire» le parole è un modo serio per cercar di «guarire» le cose. Di guarire questa ferita profonda, dalla quale è già sgorgato tanto sangue. Di far sì, soprattutto, che questo sangue non sia sgorgato inutilmente.
(Fonte: La Repubblica, 6 Luglio 1982)

E potrebbe essere stato scritto ieri…
Balbi
barbara

CRIMINI DI GUERRA

Sottotitolo: QUELLO CHE TUTTI DOVREBBERO SAPERE

Il libro espone ed esamina le norme che regolano, o dovrebbero regolare, i conflitti sia internazionali che interni, stabilite dalle convenzioni di Ginevra e dell’Aia, e mostra numerosi esempi di gravi violazioni di tali norme, ossia di crimini di guerra o di crimini contro l’umanità. Alla voce “Conflitto arabo-israeliano” apprendiamo che fra gli stati della terra non ce n’è uno infame quanto Israele: termini come orrori, massacri, atrocità ricorrono con una frequenza che non si riscontra per nessun altro stato, Cambogia e Ruanda compresi. Scopriamo che l’uso della tortura è “pratica sistematica” negli interrogatori; impariamo che nella guerra del ‘48 anche gli arabi si sono macchiati di atrocità, ma solo tre volte in tutto, e due su tre sono state in risposta alle atrocità commesse dagli ebrei (notare, non israeliani: ebrei!). Alla voce “Esecuzioni extragiudiziarie” due esempi: il massacro di circa 2800 vietnamiti ad opera dei vietcong nell’offensiva del Tet, in gran parte civili innocenti, donne e bambini, e l’eliminazione, ad opera dei servizi segreti israeliani, di un terrorista palestinese, fatta poi passare per uccisione in un conflitto a fuoco (ci sono le prove che dal conflitto a fuoco in realtà il terrorista era uscito vivo). I due episodi sono presentati in modo tale da apparire della stessa gravità (una differenza però, fra i due episodi c’è: la dichiarata simpatia che ispira il terrorista che, sconfitto e divenuto vittima, viene percepito in tutta la sua dolente umanità; simpatia che i duemilaottocento civili vietnamiti non sembrano invece suscitare affatto. O almeno non così tanta da far sentire il bisogno di esternarla). E non c’è praticamente capitolo in cui Israele non compaia: dagli attacchi indiscriminati contro obiettivi civili (le postazioni degli hezbollah – e il fatto che Israele avverta sempre prima di colpire, naturalmente, è un’aggravante: dimostra infatti che non si tratta di errori o incidenti ma di attacchi premeditati) alla deportazione; dalla distruzione alle punizioni collettive, al bombardamento a tappeto, alla detenzione illegale (ai detenuti amministrativi non viene MAI notificata l’imputazione, non viene MAI concesso il diritto alla difesa, NESSUNO ha mai avuto un processo con i presupposti minimi per poter essere definito anche solo vagamente equo, spesso il processo non c’è affatto e loro restano in carcere per anni e anni senza sapere perché), alla violazione degli ospedali… e potrei continuare fino a domani. A parte lo stupro etnico*, mi pare proprio che non ci sia un solo crimine di cui Israele non venga accusato. Viene spiegato che Israele invoca le eccezioni ammesse dalle stesse convenzioni nei casi di emergenza, ma naturalmente le invoca a sproposito: quando mai Israele si è trovato in una situazione di emergenza? C’è anche un paragrafo dedicato a un episodio di terrorismo palestinese: mezza pagina, su quattrocento. Credo che ogni commento sia superfluo.

* Come qualcuno ha saggiamente spiegato, i soldati israeliani non si dedicano allo stupro etnico perché, nel loro sconfinato razzismo, gli fa schifo scopare le donne di altre razze in generale, e le palestinesi in particolare.

Il libro non è recente. Ne posto adesso la recensione perché non l’avevo conservata, e solo adesso ne ho ripescata la pubblicazione.

Roy Gutman – David Rieff, Crimini di guerra, Contrasto internazionale

barbara

QUEL GUITTO…

Abbiamo recuperato l’introvabile articolo di Sandro Viola che nel gennaio 1992 si scagliava contro Giovanni Falcone, accusandolo di essere un “guitto televisivo”. Qualche giorno dopo sullo stesso giornale Giuseppe D’Avanzo difendeva il giudice antimafia: “Non ha mai avuto una vita facile”.
  

È il 9 gennaio del 1992, un giovedì. Il quotidiano la Repubblica in quel periodo vende mediamente circa 750mila copie. Nella pagina dedicata ai commenti viene pubblicato un articolo dal titolo “Falcone, che peccato…” vergato da Sandro Viola, firma di punta del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L’argomento del commento è il giudice antimafia che Viola prende di mira per via della sua esposizione mediatica. Un pezzo durissimo che oggi, a vent’anni dalla strage di Capaci che fece saltare in aria Falcone, la moglie e la scorta, ritorna a galla con la violenza d’una colpa.
L’articolo, introvabile nell’archivio online di Repubblica, è oggetto di discussione in queste ore sulla Rete, ma nessuno l’ha pubblicato integralmente, in maniera da consentire al lettore un’autonoma valutazione.
Eccolo, l’articolo, in versione integrale: recuperato grazie all’Emeroteca Tucci di Napoli. Che ognuno faccia le sue valutazioni dopo averlo letto.
Viola attacca definendo Giovanni Falcone “magistrato che alla metà degli anni Ottanta inflisse alcuni duri colpi alla mafia”. Una definizione quanto meno riduttiva per l’anima del maxi-processo di Palermo, per colui che, lo dicono i suoi colleghi magistrati, individuò nuove tecniche e nuovi metodi per l’approccio alla questione mafiosa. Continua Viola: “da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato”.
Poi, l’accusa di essere diventato una sorta di esternatore, al pari dell’allora Capo dello Stato, il “picconatore” Francesco Cossiga: “Egli è stato preso – scrive Viola su Repubblica – infatti, da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana – a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal Presidente della Repubblica”.
La preoccupazione dell’editorialista è che Giovanni Falcone abbia perso il suo equilibrio. Gli chiede di lasciare la magistratura viste le sue rubriche sulle pagine dei giornali: “Perché nessun paese civile ha mai lasciato che si confondessero la magistratura e l’attività pubblicistica”.
“Quel che temo, tuttavia – continua il pezzo – è che a questo punto il giudice Falcone non potrebbe più placarsi con un paio di interviste all’anno. La logica e le trappole dell’informazione di massa, le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini che erano, all’origine, del tutto equilibrati”. Poi si passa all’analisi, anzi alla demolizione, del libro ‘Cose di cosa nostra’ scritto da Falcone con la giornalista francese Marcelle Padovani pure lei nel mirino della penna al vetriolo di Viola: “E scorrendo il libro-intervista di Falcone ‘Cose di cosa nostra’ s’avverte (anche per il concorso di una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi”.
Nel finale, Viola, pur ammettendo di trovarsi davanti ad un “valoroso magistrato” si chiede “come mai desideri essere un mediocre pubblicista”. Il giornalista ignorava che il giudice aveva intuito qualcosa: la necessità di comunicare ad una platea più vasta, da magistrato, la mentalità mafiosa. Inoculare il virus ai giovani, come come un vaccino, in maniera da renderli resistenti al fascino della cultura dell’omertà e della morte. “Non ha mai avuto una vita facile e anche stavolta c’è chi farà di tutto per rendergliela difficile”: qualche giorno dopo, dalle colonne della stessa Repubblica, qualcuno scriveva questa frase, riferendosi a Giovanni Falcone. Quel qualcuno si chiamava Giuseppe D’Avanzo.

Curiosa la storia di questi articoli che scompaiono dagli archivi, vero? E sembra scomparso anche l’articolo, sempre di Sandro Viola, del 20 gennaio 2002 di cui si parla qui, e a cui qualcuno ha risposto con la testimonianza riportata qui, e pure un autentico distillato di antisemitismo del 10 ottobre 1982. Tutti gli altri articoli si trovano, e questi no. Misteri della rete…

barbara