GERUSALEMME, CITTÀ DI PACE

Questo pezzo, scritto da Julij Boríssovič Margólin all’indomani della guerra dei Sei Giorni e gentilmente inviatomi dal suo traduttore Augusto Fonseca, doveva essere pubblicato in occasione di Yom Yerushalaim. Altre urgenze incombevano in quel momento, e quindi rimedio ora.

Il 7 giugno 1967 le forze armate israeliane hanno occupato la Città Vecchia di Gerusalemme. Si potrebbe parlare di liberazione della Vecchìa Gerusalemme “intra muros”, cioè entro le mura fatte costruire 450 anni prima [da Solimano il Magnifico, ndt], e del ricongiungimento delle due parti della città (separate da un odio diabolico) come di un evento foriero di pace, a meno che di nuovo non prenda il sopravvento  la potenza delle tenebre.
La Città Vecchia è piena di luoghi sacri, essa costituisce il centro spirituale di tre religioni di importanza mondiale, anche se non tutte nella stessa misura. Capitale del cattolicesimo, infatti, è il Vaticano, residenza del papa di Roma; inoltre, per tutti i musulmani è la Mecca il luogo di attrazione. Solo gli Ebrei non hanno avuto alcun altro centro, per millenni, all’infuori di Gerusalemme. Questo vincolo si è alimentato unicamente nella pratica quotidiana della preghiera e del salmo “Se io ti dimentico, o Gerusalemme…”*. Ma ciò non ha mai particolarmente interessato nessuno né mai alcuno al mondo l’ha preso in considerazione. Il legame profondamente religioso degli Ebrei con Gerusalemme è ulteriormente rafforzato dal fatto che si tratta di un legame ancestrale con quella terra. In realtà, se Gerusalemme per i cristiani rappresenta una meta di pellegrinaggio e non la patria fisica (dopo aver visitato i luoghi sacri, i pellegrini se ne tornano a casa); e se per i maomettani  “El’-Kuds” [arabo: Gerusalemme, ndt] è una cittadina di provincia al confronto con le popolose capitali dei loro Paesi; soltanto per gli Ebrei, invece, Gerusalemme è anche la capitale della loro patria, il simbolo politico del loro Stato.
L’esigenza di internazionalizzazione di Gerusalemme si spiega e, in una certa misura, si giustifica con il suo significato religioso per il mondo cattolico. “In una certa misura”. Bisogna, infatti, distinguere tra una Gerusalemme  “ internazionale ” e una Gerusalemme “sovranazionale”. Status internazionale e sacralità sovranazionale sono due cose distinte. La sovranazionalità di Gerusalemme deve e può essere assicurata, mentre per la sua internazionalità non c’è alcun fondamento né alcuna possibilità. Prima di tutto non esiste un soggetto dotato di poteri internazionali. Le “Nazioni Unite” sono un contenitore senza contenuto. Ovunque se ne sia sentito il bisogno d’intervento, hanno sempre finito per compromettersi e si sono rivelate impotenti tutte le volte che la loro attività veniva bloccata dal veto dei sovietici, cioè piú di cento volte. L’ultima tragicommedia si è avuta con il ritiro dei propri reparti  (che avrebbero dovuto proteggere il confine israelo-egiziano), in seguito alla richiesta di una delle forze in campo, la quale aveva dichiarato che “avrebbe distrutto e cancellato dalla faccia della terra” uno Stato che non era di suo gradimento! E questa è una prova sufficiente per dimostrare che questa organizzazione nella sua attuale composizione non è in grado di garantire la sicurezza e il diritto ad esistere allo Stato d’Israele.

Si parla di una “Gerusalemme araba”. Il quotidiano parigino “Le monde” si è affrettato ad esprimere la propria posizione in merito, dichiarando che “non è pensabile  che grandi Stati si siano detti favorevoli all’annessione della Gerusalemme araba” da parte d’Israele.
Negli anni della seconda guerra mondiale mezzo milione di Ebrei hanno combattuto con coraggio e lealtà nelle file dell’Armata Rossa. Migliaia di Ebrei hanno combattuto nelle file partigiane in Polonia, in Jugoslavia, in Bulgaria e in Cecoslovacchia. Migliaia sono stati decorati con delle onorificenze. Ebbene, tutti quelli che hanno ricevuto decorazioni e risiedono in Israele, le restituiscono oggi ai governi dei rispettivi Paesi, in segno di protesta per la loro politica ostile ad Israele.
Nelle file dei combattenti contro Hitler, invece, come anche nelle file partigiane, non c’è stato neanche un Arabo. Al contrario; la guida spirituale del mondo arabo, il Gran Muftí di Gerusalemme, Amín al-Hussèini, per radio ogni giorno a gran voce esortava ad appoggiare la politica di Adolph Hitler. Ed anche la sommossa in Siria aveva motivazioni filonaziste. Ha qualche senso, allora, commentare questi fatti?
Coloro che ora parlano di “inaccettabile annessione israeliana” sono quegli stessi che non hanno mai usato simile linguaggio riguardo all’annessione di Königsberg [oggi Kaliningràd] da parte dell’Unione Sovietica, o di Stettino da parte della Polonia, dopo la seconda guerra mondiale.
Il termine “annessione” non si può applicare a Gerusalemme con la sua predominante popolazione ebraica: duecentomila a fronte di alcune decine di migliaia di Arabi nella zona occupata dalla Giordania nel 1948. Non è pensabile che Gerusalemme, adesso ricongiunta, venga messa sotto la protezione di un corpo nuovo di Indiani e Jugoslavi comandati da un altro U Thant (all’epoca segretario generale delle Nazioni Unite, ndt), oppure sotto la protezione di una grande potenza. Questo possono proporlo soltanto i nemici dichiarati di Israele.
È ora che a Gerusalemme si restituisca la sacralità, la si ripulisca dall’onta della profanazione nella quale è stata costretta per secoli. Gerusalemme è un luogo sacro per i fedeli di tutte le religioni e per molti popoli. Ma nell’ultimo mezzo secolo la Gerusalemme “araba” è divenuta il centro di un odio diabolico, un covo di banditi e di assassini. Lí  si è iniziato a predicare “la guerra per la distruzione”; lí svolgeva la sua attività di agente di Hitler il Gran Muftí di Gerusalemme, inizialmente sotto copertura e poi in modo del tutto scoperto; lí nei giorni del processo ad Adolf Eichmann (aprile 1961 – maggio 1962, ndt), a due passi dalla Via crucis, venivano organizzate clamorose manifestazioni in suo sostegno, era lui il loro eroe e il loro campione. È impensabile che Israele accetti di far rientrare proprio nella capitale del suo Stato dei criminali che si sono appena macchiati di devastazioni barbare e della distruzione di centinaia di case, le quali  nella parte israeliana della città hanno subíto incendi e spargimento di sangue. Chi oserebbe chiedere una cosa del genere, se non dei complici di criminali?
Per ben due volte, nel 1948 e nei giorni di giugno 1967, la Città Vecchia ha aperto il fuoco sulla Nuova Gerusalemme. Nel 1948, quando nelle piazze e per la strade esplodevano le bombe, la città, bloccata dalla parte della valle marittima, tagliata fuori dai rifornimenti e dall’acqua, si difese eroicamente senza il benché minimo intervento del mondo civile e cristiano. Nessuno dei Paesi, che in seguito pretesero l’internazionalizzazione della città, mosse un dito in soccorso. La stessa cosa si ripeté nei giorni di giugno 1967. Alla notizia che nelle due parti della città incombeva un grande pericolo, nessuno si fece sentire. Gli Stati erano “neutrali” e a difendere la città, di nuovo, restarono solo gli Ebrei. L’artiglieria giordana martellava sodo l’Università, il Museo, la residenza del Presidente e all’impazzata sparava sulle case di civili e sui templi, sulla Basilica  dell’Assunzione…
Insomma, la città appartiene a coloro che l’hanno difesa con la propria vita e l’hanno riscattata con il proprio sangue e non a chi le ha rivolto le spalle nel momento della minaccia di distruzione.
Gerusalemme è città non “internazionale”, ma sovrannazionale, e a mantenere, rispettare e proteggere questa sua sovranazionalità deve essere Israele e non l’ONU, terrorizzata dalla combriccola che siede a Mosca, e neanche gli Stati ex coloniali che ormai si sono fatti ben conoscere nel Medio Oriente!
Io sono certo che lo status di sovranazionalità dei luoghi sacri di Gerusalemme possa essere assicurato piú o meno sulla stessa base di quello del Vaticano all’interno della città di Roma. Credo che i templi cristiani, musulmani ed ebraici debbano godere di extraterritorialità sotto la direzione di un Consiglio delle tre religioni, con precise funzioni amministrative e senz’alcuna ambizione politica. La Gerusalemme dei templi può diventare Città di Pace con autonomia religiosa, senza l’intervento di organi governativi arabi o israeliani. La comune responsabilità per la “Città di Dio” sarebbe la migliore dimostrazione da parte della Chiesa, della Sinagoga e dell’Islam. E sono anche abbastanza convinto che questo sarebbe senz’altro accettato da quei gruppi di ebraismo ortodosso, che fino ad oggi non “riconoscono” alcuna laicità allo Stato d’Israele. A proposito, anche il loro quartiere, Mea Šearím, è stato oggetto dei bombardamenti arabi.
La situazione creatasi in seguito alla sconfitta del re Hussèin di Giordania, che governava sulla Città Vecchia, non consente di tornare allo stato precedente, come pretendono coloro che non hanno mosso un dito quando Israele aveva chiesto garanzie internazionali per i suoi confini, ma addirittura fornivano di buon grado armamenti a chi intendeva distruggerla. Occorre preparare delle basi per un solida pace e buon vicinato nel Medio Oriente. E se anche in questa circostanza Israele sarà lasciata sola di fronte all’odio diabolico di tipo nazista, infausta miscela di fanatismo arabo e di comunismo degli epigoni di Stalin, allora sprofonderanno le fondamenta della Democrazia Occidentale, prima che le fondamenta di Sion e degli antichi templi di Gerusalemme.

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*  “Se io ti dimentico, o Gerusalemme, dimentichi la mia destra le sue funzioni; resti la mia lingua attaccata al palato, se io non mi ricordo di te, se non metto Gerusalemme al di sopra d’ogni mia allegrezza” (Salmi: 137,5-6).

IN GIRO PER GERUSALEMMME

È una città di pietra bianca,
non è Mosca e non è Parigi.
Giovane è questo “patriarca”
Lì non cammini, vai per aria!
Del Mondo è lei la capitale,
non vista (ancora!) come tale!

Solo luce è nelle persone,
splende la mano del Signore
per tutti i pellegrini suoi
e i fedeli in loro dimore!
………………………………………………….
In giro per  Gerusalemme!
Da lei non fuggo, e non la venderò!
……………..mai e poi mai a tradirla io sarò!

 IVÀN NAVI  2015

L’articolo di JULIJ BORÍSSOVIČ MARGÓLIN (1900 – 1971), che qui propongo nella mia traduzione dall’originale in lingua russa, scritto a caldo dopo la guerra dei sei giorni  (5-10 giugno 1967), vinta da Israele contro Egitto, Siria e Giordania, mi è parso di grande importanza, perché in grado di far luce su alcuni aspetti cruciali del conflitto arabo-israeliano, ma anche per l’originale proposta di promuovere Gerusalemme a CITTÀ DELLA PACE MONDIALE. All’articolo faccio seguire, quasi naturale corollario, una visione poetica della città santa, città di luce e di pace, dal titolo ”In giro per Gerusalemme”, composta nel 2015 dal mio amico israeliano, russofono, blogger, poeta e scultore, Ivàn Navi.

E per concludere penso di poter riproporre questa bellissima canzone, scritta anch’essa nel 1967.

barbara

PEDUEL (13/9)

Peduel
Peduel 1
si trova qui,
Peduel 2
oltre la “mitica” linea verde, quella che gli ignoranti della storia di Israele chiamano “i confini del ‘67” – quelli oltre i quali Israele dovrebbe ritirarsi, chiamando in causa una risoluzione Onu, la 242, che nessuno di loro ha mai letto – mentre chi la storia la conosce e ci tiene a ricordarla, li chiama “i confini di Auschwitz”. Due parole dunque per chi, traviato dalla propaganda, ignorasse e volesse smettere di ignorare, la questione della “linea verde”. Quando, nel corso della guerra di liberazione scatenata contro il neonato stato di Israele da sette eserciti arabi, Israele stava rischiando di vincere, l’intera diplomazia mondiale si è mobilitata per fermare la guerra, così come avrebbe fatto da quel momento in poi in tutte le guerre combattute da Israele, comprese le operazioni – non vere e proprie guerre – in Libano e a Gaza, in modo da impedire a Israele di giungere a una vittoria veramente schiacciante, che potesse mettere definitivamente fine alle illusioni dei suoi nemici di poterla distruggere. Accadde dunque nel 1949 che Israele fu costretta a fermarsi, e furono tracciate sulla mappa della regione le linee armistiziali, ossia quelle lungo le quali i vari eserciti si erano fermati al momento del cessate il fuoco. Quelle linee furono tracciate con una matita verde. Qualcuno potrà restare deluso dalla banalità della cosa, ma il significato di “linea verde” è tutto qui: una linea tracciata con una matita verde. Quindi questa linea è del 1949, e non del 1967, e non ha alcuna valenza politica. Avrebbe potuto averla, per iniziare da lì, dalle linee armistiziali, un negoziato per definire i confini entro cui vivere in pace, se gli arabi avessero accettato la risoluzione Onu 242, ma l’intera Lega Araba l’ha rifiutata con i famosi – per chi conosce la storia – Tre no di Khartoum (1 settembre 1967): no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace. Eh già: anche quella di Israele che ignora le risoluzioni Onu è una pura leggenda: Israele è stata costretta a rifiutare la risoluzione a causa del rifiuto arabo. E il motivo per cui Abba Eban, nel 1969, definì quelle linee “i confini di Auschwitz” è reso chiarissimo dagli eventi del 1967, quelli in cui Israele poté sopravvivere al nuovo attacco congiunto unicamente grazie alla decisione di prevenire i nemici, attaccando con qualche ora di anticipo: quei confini racchiudono un ghetto che rende possibile l’annientamento totale.

E torniamo ora a Peduel. A Peduel si trova quella che viene chiamata la terrazza (o il balcone) di Sharon, che è questa,
terrazza di Sharon
preceduta da questo cippo che riporta alcuni versi della Bibbia.
terrazza cippo
Qui Sharon era solito portare i politici stranieri, quelli che si riempiono la bocca con la parola “restituzione” (termine peraltro del tutto improprio, dato che fino al 1967 quel territorio era occupato – ILLEGALMENTE! – dalla Giordania, e prima della Giordania faceva parte del protettorato britannico, e prima del protettorato britannico faceva parte dell’impero ottomano. Quindi ai palestinesi potrebbe essere al massimo regalato, non certo restituito, dato che mai lo hanno posseduto). Li portava qui perché potessero toccare con mano che cosa significherebbe dare questo territorio in mano a chi non desidera altro che la distruzione di Israele: da qui si domina (leggi: si può raggiungere anche con armi relativamente poco potenti) l’intera valle
terrazza valle
Quel giorno c’era foschia, e la visibilità era molto ridotta, tuttavia si può chiaramente distinguere, di fronte a noi, Tel Aviv,
terrazza Tel Aviv
e più a sinistra Lod, con l’aeroporto Ben Gurion.
terrazza Lod
Con la foschia, e con la foto ridotta a poco più del 10% dell’originale, se non si sa dove cercare è difficile individuarla, ma in quest’altra immagine, ritagliata e lasciata alle dimensioni originarie, si può vederla chiaramente:
torre
la torre di controllo dell’aeroporto. Tutto, per così dire, a un tiro di schioppo. E qui si può avere un’idea delle posizioni e delle distanze:
distanze
una decina di miglia nel punto più stretto come si vede, da un’altra prospettiva, in quest’altra carta,
distanze 2
e in quest’altra ancora con le distanze espresse in chilometri.
topografia distanze
Regalare queste alture (esattamente come quelle del Golan) a chi non ha mai nascosto il progetto di annientamento di Israele e di tutti i suoi abitanti ebrei, sarebbe peggio che un suicidio: sarebbe un immane crimine contro l’umanità.

barbara

HEBRON PARTE SECONDA (13/5)

Il massacro del 1929, si diceva. Avente come promotore, tramite la diffusione di notizie false fabbricate allo scopo di surriscaldare gli animi (l’uccisione di due arabi ad opera di ebrei) il Gran Mufti di Gerusalemme Haji Amin al Husseini, così come quello di Nabi Musa del 1920, il pogrom Farhud di Baghdad del 1941 e numerosi altri, senza dimenticare che non fu estraneo neppure alla Shoah.
Nel corso della visita siamo stati anche al museo.
museo Hebron
Originariamente era stato un ospedale, aperto dall’organizzazione Hadassah, come riportato dalla targa che si trova sulla facciata (Beit Hadassah: Casa Hadassah).
targa Beit Hadassah
Qui la guida, la signora Tzipi Raanana Schissel, oltre a spiegare le immagini che illustrano momenti del massacro, ha narrato anche due vicende che la toccano personalmente. La sorella di sua nonna, nell’agosto del 1929, aveva appena partorito, e non era in condizione di muoversi per nascondersi, e il nonno era rimasto accanto a lei. Davanti alla loro casa si mise un arabo, per proteggerli (molti di coloro che si sono salvati, sono sopravvissuti grazie ad alcuni Giusti arabi che a rischio della propria vita si sono opposti alla barbarie). Essendosi rifiutato di lasciare la sua postazione per permettere agli assassini di entrare, è stato decapitato davanti alla porta che aveva continuato fino all’ultimo a difendere.
Passano gli anni, giunge il 1948, proclamazione dello stato di Israele, guerra scatenata dagli arabi per distruggerlo, occupazione (ILLEGALE!) di Giudea e Samaria da parte della Giordania, che provvede immediatamente a rendere le due regioni judenrein, così come era istantaneamente diventato judenrein l’emirato di Transgiordania dopo la sua installazione sul territorio rubato agli ebrei (il 78% del totale, per la precisione). Nel 1967 gli arabi preparano una nuova guerra per “ributtare a mare gli ebrei”, Israele li previene attaccando con qualche ora di anticipo e incredibilmente, nonostante le forze enormemente inferiori, vince (come hanno fatto? Semplice: non avevano alternative) e libera le terre occupate (ILLEGALMENTE!) dalla Giordania e dall’Egitto (striscia di Gaza). Alcuni ebrei ritornano a vivere a Hebron, arrivando a formare una piccola comunità. E arriviamo al febbraio del 1994. Baruch Goldstein, medico, che regolarmente curava, oltre ai malati, anche le vittime dei continui attacchi terroristici palestinesi, e non di rado anche i terroristi palestinesi rimasti feriti nelle reazioni israeliane ai loro attacchi, un giorno sente che non ne può più (spero che sia chiaro: non sto giustificando, sto SPIEGANDO), si arma, piomba alla tomba dei Patriarchi e mette in atto una strage (in seguito alla quale Israele non gli ha dedicato vie e piazze e scuole e impianti sportivi, bensì ha messo fuori legge il movimento estremista a cui Goldstein apparteneva, NOTA PER CHI AVESSE VOGLIA DI STABILIRE PARALLELISMI). Per porre fine alle crescenti tensioni fra le due comunità, il governo israeliano decide di dividere la città, e nel 1997 Netanyahu mette in atto la divisione. Il giorno stesso in cui la decisione viene comunicata, ossia all’ultimo momento prima che le due comunità vengano separate, un arabo accoltella a morte il padre di Tzipi. Così, senza una sola ragione al mondo, unicamente per non perdere l’ultima occasione comoda che gli si offre per far fuori un ebreo.
Immagino che racconti queste due storie a tutti i visitatori; ciononostante, evidentemente, non ci ha “fatto il callo”, non è diventato puro mestiere, e  arriva il momento in cui la voce trema e la gola si strozza.
(continua)

barbara

QUESTA NON LA SAPEVO

E probabilmente neanche voi.
In occasione della morte di rav Achille Shimon Viterbo, per oltre 44 anni rabbino capo di Padova, Moked ha ospitato un ricordo di Davide Romanin Jacur, del quale voglio riportare qui una frase:

«Ricordo ancora che, dopo la Guerra dei Sei Giorni, Achille organizzò con l’aiuto del prof Baldo Viterbo, una raccolta di sangue che fu inviata rocambolescamente, malgrado il divieto del Governo Fanfani

Il divieto del Governo Fanfani. Divieto di offrire il sangue a una nazione sopravvissuta a una guerra scatenatale contro a scopo di annientamento. Si può scendere più in basso?

SI Exif
In questa foto è ripreso davanti alla libreria della Comunità, che più di una volta ha aperto per rispondere alle mie domande. Lo ricordo come persona dolcissima e sempre molto disponibile. Riposa in pace, caro Achille, e le mie più sentite condoglianze ai figli, in particolare ad Alessandro, fondatore di Tsad Kadima, che ho avuto il piacere di conoscere di persona in occasione della visita all’ospedale.

barbara

IO VI DICO BUONA FORTUNA

(Il Nino Ferrer che non conoscevate, quello del famoso “lato B” dei 45 giri, che nessuno ascoltava. Questa è stata scritta nel 1967, alla vigilia di quella guerra che gli arabi avevano voluto, organizzato, preparato per cancellare Israele e “ributtare gli ebrei a mare”)

Je vous dis bonne chance !

Ça fait bientôt vingt siècles
Qu’ils cherchent la Terre Promise
Ça fait bientôt vingt siècles
Et ça fait trop longtemps.
Dans le désert ils ont planté des oliviers
Et les autres, pour les arracher,
Se mettront bien trente contre un
Moi je vous dis bonne chance
Moi je vous dis bonne chance
Moi je vous dis bonne chance
Et j’ai des larmes dans les yeux
Car je ne peux pas oublier que…

Ça fait bientôt vingt siècles
Et tant de mort pour rien
Et toute cette souffrance
On s’en est lavé les mains.
Jusqu’à quand faudra-t-il laisser couler le sang
De ces Justes et de leurs enfants
Les bras croisés le cœur indifférent
Je vous en demande pardon
Je vous en demande pardon
Je vous en demande pardon
Et j’ai des larmes dans les yeux
Car je ne peux pas oublier tout ça
Et je vous crie bonne chance
Et je vous crie bonne chance…

Sono quasi venti secoli
che cercano la terra promessa.
Sono quasi venti secoli:
e questo è  troppo.
Nel deserto hanno piantato degli ulivi
e gli altri, per strapparli,
si metteranno trenta contro uno.
Io vi dico buona fortuna
io vi dico buona fortuna
io vi dico buona fortuna
e ho le lacrime agli occhi
perché non posso dimenticare che…

Sono quasi venti secoli
e tanta morte per niente
e di tutta questa sofferenza
ci si è lavati le mani.
Fino a quando bisognerà lasciar scorrere il sangue
di questi giusti e dei loro figli
con le braccia incrociate e il cuore indifferente
io vi chiedo perdono
io vi chiedo perdono
io vi chiedo perdono
e ho le lacrime agli occhi
perché non posso dimenticare tutto questo.
E vi grido buona fortuna
E vi grido buona fortuna…

(trovata qui)

barbara

VISTO CHE È STATO RIEVOCATO PASOLINI

Per la precisione: visto che è stato malamente rievocato Pasolini, ho pensato di ripescare questo suo pezzo del 1967. Con qualche premessa. Di film ho visto Uccellacci e uccellini, e l’ho trovato una boiata, non mi ricordo se ne ho visti altri. Di poesie ho intravisto qualcosa, e quel qualcosa non mi ha fatto venire la voglia di approfondire. Ho letto Ragazzi di vita e Una vita violenta: non mi sono dispiaciuti, ma non mi hanno fatto gridare al capolavoro. Per quanto riguarda il pezzo in questione, c’è da dubitare seriamente che conosca il significato della parola “sionismo”. Non mi sembra tuttavia che, nel panorama marxista, si siano levate molte voci a sostenere che forse non era una buona idea sposare acriticamente la causa degli arabi e dare ciecamente addosso a Israele; lui lo ha fatto. Qualunque sia il giudizio che si vuole dare sul regista, sullo scrittore, sul poeta, sul pensatore, sull’uomo, questa indipendenza di giudizio e questo coraggio non gli possono essere negati.

Le polemiche che seguirono la “guerra dei sei giorni” nei ricordi di un eretico marxista:
“Che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele?”

Perché pubblico questi versi esclusi dalla sezione Israele, in Poesia informa di rosa (1964)? Li pubblico perché non si dica che, adesso, ho facilmente ragione di pensarla in un certo modo.  E inoltre, poiché il lettore è giustamente pigro, alla pubblicazione di questi inediti rifiutati per ragioni puramente letterarie, aggiungo la citazione di altri versi di quel capitolo, che non pretendo che il lettore vada a rileggersi da solo. Giuro sul Corano che io amo gli arabi quasi come mia madre. Sono in trattative per comprare una casa in Marocco e andarmene là. Nessuno dei miei amici comunisti lo farebbe, per un vecchio, ormai tradizionale e mai ammesso odio contro i sottoproletariati e le popolazioni povere. Inoltre forse tutti i letterati italiani possono essere accusati di scarso interesse intellettuale per il Terzo Mondo: non io. Infine, in questi versi, scritti nel ‘63, come è fin troppo facile vedere, sono concentrati tutti i motivi di critica a Israele di cui è ora piena la stampa comunista. Ho vissuto dunque, nel ‘63, la situazione ebraica e quella giordana di qua e di là del confine. Nel Lago di Tiberiade e sulle rive del Mar Morto ho passato ore simili soltanto a quelle del ‘43, ‘44: ho capito, per mimesi, cos’è il terrore dell’essere massacrati in massa. Così da dover ricacciare le lacrime in fondo al mio cuore troppo tenero, alla vista di tanta gioventù, il cui destino appariva essere appunto solo il genocidio. Ma ho capito anche, dopo qualche giorno ch’ero là, che gli israeliani non si erano affatto arresi a tale destino. (E così, oltre ai miei vecchi versi, chiamo ora a testimone anche Carlo Levi, a cui la notte seguente l’inizio delle ostilità, ho detto che non c’era da temere per Israele, e che gli israeliani entro quindici venti giorni sarebbero stati al Cairo.) È dunque da un misto di pietà e di disapprovazione, di identificazione, e di dubbio, che sono nati quei versi del mio diario israeliano. Ora, in questi giorni, leggendo l’”Unità” ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta? Non era questa finalmente, l’occasione giusta per loro di “scegliere con dubbio” che è la sola umana di tutte le scelte? Il lettore dell’“Unità” non ne sarebbe cresciuto? Non avrebbe finalmente pensato – ed è il minimo che potesse fare – che nulla al mondo si può dividere in due? E che egli stesso è chiamato a decidere sulla propria opinione? E perché invece l’”Unità” ha condotto una vera e propria campagna per “creare” un’opinione? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato, ora libero e sovrano, non è nato male? E chi di noi, inoltre, potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più alcun Hitler o che in America non ci saranno nuovi campi di concentramento per drogati, omosessuali e… ebrei? O che gli ebrei potranno continuare a vivere in pace nei paesi arabi? Forse possono garantire questo il direttore dell’“Unità”, o Antonello Trombadori o qualsiasi altro intellettuale comunista? E non è logico che, chi non può garantire questo, accetti, almeno in cuor suo, l’esperimento dello Stato d’Israele, riconoscendone la sovranità e la libertà? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele? Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei paesi in via di sviluppo – compresa in parte l’Italia – ha classi dirigenti, polizie, magistrature, indegne? E non sanno tutti che, come bisogna distinguere la nazione israeliana dalla stupidità del sionismo, così bisogna distinguere i popoli arabi dall’irresponsabilità del loro fanatico nazionalismo? L’unico modo per essere veramente amici dei popoli arabi in questo momento, non è forse aiutarli a capire la politica folle di Nasser, che non dico la storia, ma il più elementare senso comune ha già giudicato e condannato? O quella dei comunisti è una sete insaziabile di autolesionismo? Un bisogno invincibile di perdersi, imboccando sempre la strada più ovvia e più disperata? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?
da “Nuovi Argomenti”, aprile-giugno 1967
Pasolini
barbara

HAKOTEL B’YADEINU – IL KOTEL È IN MANO NOSTRA

7 giugno 1967: dopo 19 anni di illegale (e devastante) occupazione giordana, finalmente Gerusalemme è liberata, e torna ad essere una sola città, come era stata per tremila anni. E bisogna, paradossalmente, ringraziare re Hussein: perché Israele non avrebbe mai ingaggiato una battaglia per liberarla, e solo per il fatto che re Hussein ha attaccato per primo è stata costretta a rispondere (a dire la verità, anche allora l’ordine era stato, fino all’ultimo, di non entrare in città, e sono stati i militari a prendere l’iniziativa; ma su queste piccole intemperanze Moshe Dayan, all’epoca ministro della difesa, sceglieva, come si diceva allora, di chiudere un occhio).

Non importa se non capite l’ebraico: lasciatevi trasportare dalle emozioni che vengono dalla voce e dalle immagini.

barbara