QUEI FAMOSI 11MILA SCIENZIATI GRETINI

Sorpresa sorpresa!

Gli 11 mila scienziati gretini non esistono

di Franco Battaglia

Lo scorso 5 novembre La Repubblica dava la seguente notizia: «Allarme di 11.000 scienziati: è emergenza climatica». Orpo, mi son detto, bene o male sono scienziato anche io: com’è che non mi sono accorto di codesta emergenza? Ah, già: non sono climatologo. Ma andiamo più a fondo su questa notizia. A quanto pare vi sarebbe una “Alleanza degli Scienziati del Mondo” (bum!) che avrebbe lanciato il preoccupante proclama firmato dalle 11 mila teste d’uovo. Ma se s’indaga cosa caspita sia codesta Alleanza, si scopre ch’essa altro non è che… un blog da una pagina appena: https://scientistswarning.forestry.oregonstate.edu/

Avete capito bene. Se uno qualunque di noi attiva un blog, lo chiama, che so, “Unione degli uomini più intelligenti del pianeta”, e poi invita i visitatori del blog a sottoscrivere una frase a caso tipo, che so, «Dio non esiste!» e raccoglie 11 mila click, dovremmo attenderci che il giorno dopo quei fenomeni di Repubblica non mancheranno di titolare: «Undicimila tra gli uomini più intelligenti del pianeta garantiscono: Dio non esiste». Ora, voi direte: ma dài… Magari quelli che hanno sottoscritto dell’emergenza climatica sono veramente 11 mila climatologi. L’elenco dei firmatari è disponibile in rete: sono per la precisione 11.258 firme con qualifica e istituzione di provenienza. Ho voluto verificare (sopportatemi, ma sono affetto dalla sindrome di San Tommaso).

1) Ingenuamente col cerca-parole ho cominciato cercando la parola “climatologist”. Solo 5 (cinque!) si dichiarano tali. Tra essi l’italiano Luca Mercalli, ma se lo è giudicate voi. Luca è uno che in Italia ha provato, prima, a studiare Agraria, senza riuscirci. Poi ha conseguito un Master in Geografia in Francia. Un po’ pochino per fregiarsi climatologo: dovrebbe aver studiato, come minimo, Geologia; e per capirci veramente di clima aver studiato Fisica (Fuidodinamica, Fisica dell’Atmosfera, etc., tutte cose che richiedono formidabili basi di matematica, che un povero Geografo ignora). Comunque sia, solo 5 su 11.258 si dichiarano climatologi.

2) Allora ho esteso la ricerca alla sequenza di lettere “climat”, in modo da beccare tutte le firme che avessero qualcosa a che fare col clima, perché magari qualcuno si fosse dichiarato “climate scientist” o appartenesse a qualche dipartimento di “climatology”. Per esempio, se uno si fosse dichiarato «bidello al dipartimento di climatologia», allora sarebbe nell’elenco. Il cerca-parole mi ha segnalato solo 180 firme che avrebbero qualcosa a che fare col clima: 180 e non 11.258.

3) Per curiosità, quanti sono gli italiani firmatari? – mi son chiesto. Presto fatto: cerchi la parola “Italy”, e conti 259 firmatari. Quanti hanno a che fare col clima? Compreso il già detto Luca Mercalli, ci sono solo 2 altre firme: tali Michele Carducci, professore di Diritto Costituzionale Comparato all’università di Lecce, e Claudia Wieners, dottore in Economia al S. Anna di Pisa. Ma che ci azzeccano col clima – vi chiederete. Rammentate? Avevo cercato la sequenza di lettere “climat”: infatti il prof. Carducci si qualifica “Professor of Constitutional Comparative Law and Climate Law” e la giovane Claudia si qualifica “Postdoc in Climate Economics”. Uno giurista, l’altra economista.

4) Controllo a caso le qualifiche di una ventina di firmatari: allo scopo prendo, per la k-esima lettera dell’alfabeto, il k-esimo firmatario (cioè il primo dei cognomi che cominciano con A, il secondo dei cognomi che cominciano con B, …, il 26mo cognome che comincia con Z). Ci trovo biologi, astronomi, ornitologi, ecologi, economisti, psicologi, ortodontisti, veterinari, maestri, scienziati dei materiali, botanici, idrologi, filosofi, archeologi, biomedici, studenti (e anche un geologo e un fisico).  E se prendiamo i primi dieci italiani della lista? Abbiamo uno psicologo, un veterinario, quattro ecologi, uno studente, un professore di medicina interna, un ittiologo (e anche un geologo).

Tutte rispettabilissime persone ma, di tutta evidenza, quasi nessuno di quegli 11.258 ha alcuna qualifica per affermare che si vive, oggi, in una qualche emergenza climatica. Per farlo, bisogna 1) essere climatologi e 2) aver dimostrato l’affermazione. Non bisogna invece essere climatologi per sostenere che i climatologi che si sono convinti che si vive in emergenza climatica non hanno dimostrato quella loro affermazione: basta verificare che la loro congettura, messa alla prova dei fatti, non supera quella prova. Di quella congettura se ne solo innamorati: un sentimento non concesso dal metodo scientifico. (qui)

Poi fra i commenti c’è quello di un lettore che dichiara, e documenta, che

“tra gli 11mila c’è anche Mickey Mouse, leggere per credere”.

Ossia, per farla breve, prima si inventa l’emergenza climatica, poi, per documentarla, si inventano gli scienziati che la confermano. Tipo il marito che per giustificare il rientro alle due di notte spiega che un pirata della strada ha travolto un ragazzo in motorino e lui ha chiamato i soccorsi e poi ha aspettato l’ambulanza insieme a lui e poi siccome il ragazzo era giovane e spaventato è salito sull’ambulanza insieme a lui e poi dall’ospedale ha dovuto chiamare un taxi per farsi riportare là dove aveva lasciato la macchina. Poi si scopre che non c’è stato nessun pirata, nessun incidente, nessun ragazzo in motorino, e lì, forse, qualche dubbio sull’onestà e sulla sincerità di tuo marito comincia a venirti.

barbara

VENEZIA ALLAGATA ECCETERA

Comincio con la cosa più spassosa, ossia questo spettacolare video

da cui emerge chiaramente che se il consiglio comunale avesse approvato mezz’ora prima le ineffabili pentastellute proposte, mai e poi mai sarebbe potuto accadere che mezz’ora dopo arrivasse l’acqua alta perché le pentastellute proposte sono come le pastiglie della pubblicità che nel momento preciso in cui sono lì tra la lingua e il palato e si accingono a scivolare verso la faringe, il mal di testa/pancia/schiena/denti/calli/emorroidi ti è già passato e tu sei lì che sorridi a novantasette denti, che mia nonna ogni volta diceva ma chissà perché non fanno la stessa cosa quando fanno la pubblicità dei purganti, ma questa è un’altra storia. E passiamo alle cose serie, come questa:

Angelo Michele Imbriani

Il disastro provocato da questo finto e stolto pseudoambientalismo gretino è evidente proprio di fronte ai fenomeni naturali di questi giorni, l’acqua alta a Venezia e ora l’esondazione di fiumi in Toscana. Invece di invocare una corretta manutenzione del territorio si incolpa il “cambiamento climatico”. Che è un modo per non fare nulla o per fare cose che non servono a prevenire questi disastri o a limitarne le conseguenze, ma arricchiscono solo l’ecobusiness.

E soprattutto questa, da parte di un addetto ai lavori

Maltempo, le sparate di gretini e grillini

Ogni santo novembre che Dio manda in Terra, il Paese si lamenta, e piange, per frane, smottamenti, allagamenti e alluvioni. I danni a cose e persone non si fanno mancare, né vengono risparmiati i casi fatali. Siccome, come detto, la cosa si ripete puntualmente ogni anno, non si possono tacere le responsabilità morali di quei danni, feriti e morti. Con periodo più lungo si hanno casi di acqua insopportabilmente alta a Venezia. Che hanno gli stessi responsabili morali.

La prima responsabilità morale l’hanno i climatologi. Quelli che continuano a dire che il maltempo, causa diretta dei disastri, è causato dal clima che cambia, a sua volta causato dall’uso che fa l’umanità dei combustibili fossili, un uso che va ridotto, condizione necessaria per governare il clima e, dicono, calmare il maltempo ed evitare i disastri. E come si fa a ridurre l’uso dei combustibili fossili? Con la green economy, ci assicurano questi non-scienziati, cioè installando impianti eolici e fotovoltaici.

I secondi ad avere la responsabilità morale dei detti disastri sono coloro che hanno promosso e incentivato codeste installazioni, allo scopo, appunto, di far cessare il maltempo: i governanti che nel 2007 consentirono che per gli anni a venire fossero garantite centinaia di miliardi riversati nelle tasche degli operatori della green economy, e i governanti di oggi – Conte, Di Maio, Zingaretti e Renzi – nel cui programma hanno, al primo punto, questa economia farlocca.

Tanto per cominciare, l’acqua alta a Venezia non è causata, come ha recentemente dichiarato tale Roberto Giachetti, collaboratore di Matteo Renzi, dal cambiamento climatico. Ma, molto più semplicemente dalla circostanza, che accade eccezionalmente, che si ha quando la corrente dei venti che soffiano su quell’enorme “canale” che è il mare Adriatico, abbia una componente preferenziale proprio lungo l’ideale asse del detto “canale”, favorendo così una spinta concertata delle acque proprio sulla costa di Venezia, la quale, essendo costruita “nel mare”, subisce le conseguenze dell’evento. Una rappresentazione che sembra la fotografia di Venezia di qualche giorno fa è un pregevole quadro di Vincenzo Chilone. Che però è del 1825, onorevole Giacchetti: studi di più.

La responsabilità morale del governo del 2007 fu l’aver stornato centinaia di miliardi di denaro pubblico incentivando eolico e fotovoltaico, col dichiarato scopo di governare il maltempo. Miliardi che avrebbero dovuto essere elargiti per pulire i corsi d’acqua ove necessario e, ove opportuno, costruire casse d’espansione o allargare gli argini. Insomma, far lavorare geologi e ingegneri idraulici per mettere in sicurezza un territorio che giace, morto, nella totale incuria, da decenni.

Perché, vi chiederete, ho chiamato non-scienziati i climatologi che sostengono l’origine antropica del clima che cambia? Perché il metodo scientifico prevede che chi asserisce qualcosa deve accettare di buon grado che qualcuno provi a falsificare quelle asserzioni. Ma quelli si sono organizzati per zittire chiunque tenti di falsificarli. Per esempio, hanno così reagito i climatologi che, senza alcun merito, fan parte dell’Accademia dei Lincei, in questo modo ponendo se stessi al di fuori della scienza. Peccato per l’Accademia che, dimostratasi incapace di cacciare le mele marce, ha perso faccia e reputazione.

In ogni caso, il Paese frana, e quegli “esperti”, per evitare la frana, ripetono a litania che si installino parchi fotovoltaici e parchi eolici. Cosa che i Giachetti e i Di Maio di turno, di Italia Viva o del M5s, Gretini e Grillini, ripetono a pappagallo.

Franco Battaglia (qui)

Naturalmente concordo su tutto.

barbara

MUTISMO SELETTIVO

Come già spiegato una volta, Greta intende il suo mutismo selettivo nel senso che “parlo solo quando ho qualcosa da dire” (ehm…) L’osservazione delle sue esibizioni sembrerebbe però dirci qualcosa di molto diverso, è cioè che Greta parla unicamente quando qualcuno le ha scritto un testo da leggere, a volte anche quando si tratta di chiacchierare del più e del meno, ma la capacità di parlare scompare istantaneamente nel momento in cui qualcuno le pone una domanda, una qualsiasi, a proposito del clima o di qualunque argomento serio. L’abbiamo già vista in questo video che ora vi ripropongo

e qui potete leggere l’articolo con le spiegazioni in merito. E rivediamo esattamente la stessa scena ora: assolutamente incapace di rispondere alla domanda più semplice e banale, addirittura incapace, si direbbe, di comprendere la domanda, totalmente persa se non ha un testo davanti:

Perfettamente capace di rispondere alle accuse di Greta sembra invece Luca Donadel

E anche Adriano Scianca.

Cara Greta, se cerchi chi ti ha rubato i sogni, guarda al Terzo mondo

Di Adriano Scianca -27 Settembre 2019

Roma, 27 set – Chi ha rubato i sogni di Greta Thunberg? Qualche giorno fa, l’adolescente svedese a cui è stato affidato il compito di neutralizzare ogni discorso serio sull’ambientalismo ha tuonato così davanti ai capi di Stato mondiali riuniti all’Onu: “Mi avete rubato i sogni”. Accettando solo per un secondo questa grottesca impostazione empatico-virale del problema, resta comunque un dubbio: chi ha rubato i sogni di Greta? Chi è responsabile dell’emergenza climatica?  Chi deve cambiare modello? La risposta del qualunquismo ecologico è semplice: “i governanti”. Se non, direttamente, “l’uomo”. Come se tutti i governi, le comunità umane, i modelli di società fossero identici. E invece, elevandosi appena un pochino al di sopra del livello zero del discorso, si scopre che così non è. Proviamo quindi, senza alcuna velleità di completezza, a mettere insieme un po’ di dati in ordine sparso.

I fiumi più inquinati sono in Asia e Africa

Secondo dati della Banca Mondiale, risalenti al 2014, i 10 Paesi (11, in realtà, dato che all’ottavo posto ci sono due Stati ex aequo) del mondo che emettono più anidride carbonica pro capite sono: Qatar, Curaçao, Trinidad e Tobago, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi, Brunei, Arabia Saudita, Saint Martin, Lussemburgo, Stati Uniti. Si tratta di una statistica che lascia il tempo che trova, dato che non si può pensare che il problema del mondo siano le emissioni di Trinidad, ma in cui spicca l’assenza quasi totale di Stati europei. Secondo un recente un rapporto di IQAir AirVisual e Greenpeace, invece, è in India che si trovano 7 delle 10 città più inquinate al mondo, che salgono a 22 se si guarda alle 30 località peggiori.

Passando dall’aria alle acque, sappiamo che ogni giorno circa 8 milioni di tonnellate di plastica entrano negli oceani. Ma, cosa significativa, l’80% di questa materia inquinante proviene da solo 10 fiumi. Che, secondo un report del 2017, sono: lo Yangtze (Cina), lo Hai He (Cina), il Fiume Giallo (Cina), il Mekong (6 Paesi attraversati, tutti in Asia), il Pearl (Cina e Vietnam), l’Indo (Cina, India e Pakistan), il Gange (India e Bangladesh), l’Amur (Russia e Cina), il Nilo (7 Paesi attraversati, tutti in Africa), il Niger (7 Paesi attraversati, tutti in Africa). Ma allora perché si continua a dire che abbiamo un problema con “i politici” o con “l’uomo”, quando è cristallino che in realtà abbiamo un problema con i Paesi emergenti? Forse perché prendersela con i governanti in generale non disturba nessuno, mentre cercare di far cambiare politica ambientale alla Cina richiede qualche risorsa politica che vada oltre le capacità di una liceale indignata?

L’agricoltura italiana emette meno gas serra

Ma non è solo fra macroaree e continenti che si registrano significative differenze nell’impatto ambientale delle attività antropiche. Anche all’interno dell’Ue, per esempio, ci sono modelli e modelli. Con 569 tonnellate per ogni milione di euro prodotto, la nostra agricoltura emette per esempio il 46% di gas serra in meno della media Ue e fa decisamente meglio di Spagna (+25% rispetto al nostro Paese), Francia (+91%), Germania (+118%) e Regno Unito (+161%). Passando a un altro dogma del qualunquismo ambientalista, ovvero l’eterno “mangiamo troppa carne e così facendo distruggiamo il pianeta”, si può rintracciare l’origine di questo tipo di argomento in un rapporto allarmistico della Fao del 2006, in cui si stimava che le produzioni animali contribuissero per il 18% alle emissioni globali di gas serra e che fossero responsabili della produzione del 35-40% del totale di metano generato dalle emissioni legate all’attività antropica. Stime più recenti della stessa Fao, tuttavia, riducono al 14% il contributo degli allevamenti animali alle emissioni globali dovute alle attività antropiche. Laddove esiste una zootecnia tecnologicamente sviluppata (tanto per farla finita con l’idea che la tecnica sia sempre nemica dell’ambiente), gli allevamenti producono dal 2 all’8 % del totale delle emissioni.

Ed è poi vero che ne consumiamo troppa? Gli ultimi studi segnalano che in Italia il consumo reale pro-capite di carni totali corrisponde a 104 grammi al giorno (e non a quasi 300 gr come invece si pensava) pari a 728 g alla settimana e 37,9 kg all’anno. È la metà dei famosi 71 chili che spesso sentiamo citare nelle discussioni allarmistiche. E ben al di sotto dei 125 chili annui attribuiti dalle statistiche a ciascun americano (ma bisognerebbe vedere l’attendibilità della statistica). Considerando solo la carne bovina, il consumo reale scende a 29 grammi al giorno pro capite, una quantità che si piazza al di sotto delle raccomandazioni dell’Oms che fissano a 100 gr il consumo giornaliero di carne rossa.

Contro il qualunquismo ambientalista

E così via, si potrebbe continuare all’infinito. Come detto, non si pretende di voler fornire qui uno studio organico, esauriente e definitivo sull’argomento. Non si vuole nemmeno sostenere la posizione reazionaria che intende negare sic et simpliciter l’esistenza di un problema. Ma la questione resta più complessa di come non la faccia la propaganda ambiental-qualunquista e andrebbe impostata tenendo conto di tutti i dovuti fattori geopolitici. Certamente anche lo stile di vita italiano ed europeo ha bisogno di una rivoluzione integrale. Ma l’insistenza del pensiero unico nel mettere sotto processo solo esso, laddove il cuore del problema ambientale è palesemente altrove, rivela una cattiva fede politica e un vizio di forma spirituale che non possono passare sotto silenzio.

Adriano Scianca (qui)

E per concludere un’interessante riflessione del noto climatologo Franco Battaglia.

Se il Gretinismo fosse nato nel 1920…

Forse possiamo provare a riflettere sul Gretinismo – questa nuova faccia dell’ambientalismo che sembra aver obnubilato le menti del pianeta, comprese quelle più raffinate e insospettabili – guardando le cose da un altro punto di vista. Bisogna essere consapevoli che la legittimità d’esistenza che si dà oggi a Greta e ai Gretini, questi avrebbero potuto averla anche un secolo fa, diciamo nel 1920, quando le emissioni di CO2 erano attive già da almeno mezzo secolo e il possibile problema oggi sollevato da Greta era già allora ben noto.

Supponiamo ora che la richiesta pressante della ipotetica Greta del 1920 di raggiungere le emissioni – zero fosse stata effettivamente esaudita, e nel 1950 si fosse raggiunto l’agognato obiettivo. Oggi non avremmo auto, autobus, metropolitane, autostrade, fabbriche, industrie, televisione, telefonia mobile, internet, ambienti riscaldati d’inverno e rinfrescati d’estate. Non ci sarebbero frigoriferi né lavatrici, aerei o navi da crociera e neanche treni, né lenti né, tanto meno, ad alta velocità (almeno la Tav non sarebbe stata un problema; neanche lessicale di genere, circostanza che ci avrebbe evitato questa caduta nel ridicolo). In pochi anni, l’umanità sarebbe tornata allo stile di vita del 1850. Chissà, forse la schiavitù avrebbe smesso di essere quel tabù che era nel 1920, e che non era tale nel 1850, quando invece era pratica legittima nell’America di allora, popolata da 30 milioni d’abitanti con 4 milioni di schiavi.

Ecco questo è ciò che ci aspetta se davvero dovesse raggiungersi il livello-zero d’emissioni. Perché, piaccia o no, quasi il 90% di ciò che facciamo lo facciamo emettendo CO2. Né sappiamo farlo diversamente. Non è vero, direbbe il Gretino d’oggi: per esempio, col fotovoltaico produrremmo energia elettrica. No, se dovessimo affidarci a esso, le televisioni potrebbero chiudere: i massimi ascolti sono quelli della prima serata, ma di sera il sole non brilla. E anche i treni di notte si fermerebbero. E anche di giorno, in tutti quei momenti che, col cielo coperto, il sole insiste a non brillare. E col vento non è diverso. Se avete mai assistito alla Barcolana, la spettacolare regata di barche a vela che si svolge la seconda domenica d’ottobre a Trieste, avrete visto che se il vento si ostina a non soffiare, le barche biancheggianti sulle acque come branchi di pecore pascenti – direbbe il poeta – rimangono sconsolatamente ferme.

Viste le cose da questa prospettiva, mi chiedo se i vari Gretini che hanno tanto pontificato sugli organi d’informazione d’ogni ordine e grado torneranno in qualche modo sui propri passi. Temo di no, perché l’essenza del Gretinismo è la granitica incapacità a distinguere il sogno dalla realtà. A differenza dei Gretini, la piccola Greta – o chi per lei – se n’è accorta, e s’è definita essa stessa “una che sogna un mondo migliore”. Il verbo è sapientemente pesato: non “desidera”, non “spera”, non “s’impegna per”, ma “sogna”. I Gretini sono quelli che hanno preso per realtà concreta ciò che la loro sacerdotessa li ha avvertiti essere sogno.

Quanto a Greta, quello suo all’Onu non era un discorso accorato e men che meno pensato: parlava una arrabbiata. Indemoniata, direi. Invece di ringraziare la generazione che l’ha partorita e che le ha consentito di stare al caldo in un Paese decisamente inospitale per il freddo che fa, essa inspiegabilmente ha sputato astio e veleno sui propri genitori, nonni e bisnonni. Ma le spiegazioni neanche c’interessano: essa non è così importante da meritare alcuna nostra ricerca nelle làtebre della sua mente per cercare di capire cosa vi è nascosto. Dovrebbero però indagare, a nostro avviso, gli attivisti di Telefono Azzurro e i magistrati, per capire perché nessun adulto protegga dai trafficanti di bambini questa ragazzina, la cui patologia la rende così vulnerabile – ci dice la medicina – a monotematiche fissazioni.

Franco Battaglia, 28 settembre 2019, qui.

Questa espressione, “trafficanti di bambini”, Franco Battaglia l’ha usata anche in televisione, inducendo “NeXt quotidiano” a scrivere: “Il professor Franco Battaglia ha dato spettacolo ieri a “Otto e mezzo” da Lilli Gruber” (La veritààà ti fa maaleee, loo sooooo)

barbara

SICCOME HO SEMPRE AMATO I NUMERI

Quando ho sentito degli 11 miliardi di tonnellate di ghiaccio sciolto in Groenlandia, proprio perché è una cifra così terrificante, e come al solito è stata data senza termini di riferimento, mi è venuto da chiedermi: sì, ma in concreto quanto è? Quale percentuale di ghiaccio si è sciolta? Quanto ghiaccio si è sciolto rispetto a tutto quello che c’è? Perché se non prendi i numeri e mi fai due conti, io non posso sapere se è tanto o poco, se è grave o no, se ci dobbiamo preoccupare o possiamo stare tranquilli, se ci dobbiamo suicidare istantaneamente in massa come vorrebbe santa Greta del Ciodue o possiamo almeno fumarci l’ultima sigaretta. Per fortuna qualcuno i conti si è preso la briga di farli. Ascoltiamolo.

Panico per i ghiacciai sciolti in Groenlandia. Ma è tutto normale

di  Franco Battaglia

Non so chi di voi rammenti Il Dentone, esilarante cortometraggio del 1965 con attori di primo piano, e con Alberto Sordi protagonista nella parte di aspirante lettore del telegiornale in qualità di concorrente in un concorso ove tutti gli altri sono raccomandati eccetto lui, il Dentone, che però sbaraglia gli avversari grazie ad una preparazione di ferro e malgrado il difettuccio fisico. Ne consiglio la visione perché fa ridere di cuore, e la cosa non guasta.
Tutta un’altra forza i presentatori dei Tg d’oggi. Col Dentone, nulla in comune: tutti molto fotogenici, questo sì, ma cosa ci sia dietro quel volto, cioè dentro la testa, non è dato sapere.
Ordunque la notizia diffusa da tutti i Tg, locali e nazionali, del 3 agosto è la seguente: «11 miliardi di tonnellate di ghiacci della Groenlandia si erano sciolti il giorno precedente». La notizia farebbe notizia (tanto da meritare di essere letta in tutte le edizioni dei Tg) perché sarebbe mostruosamente preoccupante e come tale viene letta.
A differenza dei moderni colleghi, il Dentone avrebbe fatto l’aritmetica del caso, prima di fare la figura del fesso al cospetto di milioni d’italiani. Avrebbe egli calcolato: 11 miliardi di tonnellate d’acqua fanno 11 miliardi di metri cubi d’acqua; ma la superficie della Groenlandia coperta da ghiacci è 1.7 trilioni di metri quadrati, cosicché dividendo volume per area di base, cioè 11 miliardi per 1.7 trilioni, si ottengono 6 millimetri di altezza.
Allora i ghiacci della Groenlandia si sono assottigliati di 6 millimetri. La cosa è preoccupante? Il Dentone sa che i ghiacci della Groenlandia hanno una profondità media di 2 chilometri cosicché una riduzione di 6 millimetri su un’altezza di 2 chilometri sembra più irrilevante che preoccupante, tanto più che il Dentone sa anche che fra pochi mesi l’estate sarà passata e tutto tornerà come prima.
Ma se non è preoccupante, la cosa è almeno una notizia? Cioè è qualcosa di cui meravigliarsi, tanto da essere declamata in tutti i Tg? Il Dentone conosce anche il calore latente di fusione del ghiaccio, nonché il suo calore specifico, e avrebbe calcolato che la quantità d’energia che il Sole fa pervenire alla superficie della Groenlandia è appunto a quella richiesta per far passare allo stato liquido 11 miliardi di tonnellate di ghiaccio con temperatura di 35 gradi sotto lo zero. Insomma, è accaduto ciò che ci si attende accada, l’evento non desta più meraviglia di quello d’un gelato che si scioglie al sole, e non è una notizia. Il Dentone sarebbe andato dal direttore del suo Tg e avrebbe detto, lui romanaccio doc: io ‘sta fregnaccia non la leggo.
Peccato non ci siano Dentoni in giro. (qui)

Vale poi la pena di ricordare che Groenlandia significa “terra verde”. Vale a dire che quando è stata scoperta e le è stato dato il nome, i ghiacci non c’erano. Vale a dire che quando non c’erano fabbriche e auto e aerei e riscaldamento domestico e sette miliardi e mezzo di persone che inquinano, da quelle parti faceva molto più caldo di adesso.

barbara