UN ORRORE PIÙ UN ALTRO ORRORE

Più un altro ancora che aggiungo io. Che hanno in comune i bambini.
Per il primo orrore do la parola a Viviana Kasam.

Carrozzine antisemite   

Ebbene sì. Esistono anche le carrozzine e i passeggini antisemiti.
Lo ha segnalato l’autorevole giornale ebraico on line Forward.com (fondato negli Stati Uniti nel 1897 come settimanale in yiddish e fin dall’inizio di orientamento progressista). Il 25 settembre ha pubblicato un articolo, ripreso da vari social e media americani, tra cui l’autorevole Algemeiner Journal. La giornalista Sarah Brown, racconta come, digitando su Google “jewish baby carriage”, siano uscite immagini di carrozzine/camere-a-gas e carrozzine/forni.
Ho provato, ed è vero.
Le fotografie sono raccapriccianti nel loro riferimento alla “soluzione finale”. Uno dei primi risultati mostra un forno fumante a rotelle accompagnato da un testo che recita “”Sei ebrea? Hai un bebè? Hai trovato quello che cerchi… acquista questo passeggino tedesco di alta qualità”.
L’immagine è parte di una collezione di Meme offensivi chiamati “Jewish baby stroller Memes” che si trova sul sito “Me.me”. Un’altra immagine mostra un barbecue portatile con la didascalia “Jewish travel trailer”. Un’altra ancora, una carrozzina ermeticamente chiusa, con un comignolo in cima, spinta da una mamma che indossa la maschera antigas. Ma anche le carrozzine e passeggini normali sono intercalati da immagini di forni e barbecue.
La giornalista ha chiesto delucidazioni a Danny Sullivan, dell’ufficio Pubbliche Relazioni di Google, che si è trincerato dietro l’automatismo degli algoritmi di correlazione e ha spiegato che l’azienda in un caso come questo non ha una politica che preveda la rimozione. “Devono essere rimossi dal sito che li ha messi in rete” spiega. “Noi non possiamo farci nulla, anche se non condividiamo ovviamente questi contenuti e la situazione ci disturba. Ma siamo alla continua ricerca di migliorare i nostri algoritmi di ricerca per evitare situazioni analoghe in futuro”. E’ noto che gli algoritmi di Google sono creati e finalizzati per estrarre correlazioni. Se scriviamo “minestre” nella finestra di ricerca, appaiono minestre estive e invernali, ricette di minestre, minestre veloci, zuppe, vellutate. Ristoranti specializzati in minestre.
Non dovrebbe quindi stupire troppo che digitando la parola “jewish” appaiano riferimenti alla Shoah, anche quelli dei negazionisti e degli antisemiti -purtroppo le leggi e i controlli non riescono a star dietro alla velocità e alla complessità della Rete. Ma in questo caso sembra giustificato chiedersi se si tratti davvero di correlazioni casuali o se non ci sia lo zampino di un programmatore antisemita. Fatto sta che alcune immagini particolarmente offensive sono state rimosse in questi giorni.
Ciò detto, mi chiedo però perché qualcuno si sia preso la briga di digitare su Google “jewish baby carriage”. Le carrozzine e i passeggini sono articoli che non richiedono un certificato di casherut, e non capisco perché dovrebbero essere ebraici piuttosto che cattolici o musulmani. Per curiosità, sono andata a cercare “Muslim baby carriage”. Sono uscite immagini di mamme velate, di hijab ricamati, ma niente di inquietante. Idem per “catholic baby carriage”. Quindi nonostante l’assurdità della ricerca, chi l’ha fatta ha trovato il risultato che presupponeva. Ovvero che, anche nei settori più innocui, come le carrozzine per bebè, l’antisemitismo riesce a insinuarsi e a spargere i suoi semi avvelenati. Ma c’è ancora qualcuno che si illude del contrario?
Viviana Kasam, qui.

Le più offensive, come ha scritto Viviana Kasam, sono state rimosse, quindi io ho trovato solo quelle moderate.

Per il secondo do la parola a Simone Pillon.

Simone Pillon 

A proposito di criptopedofilia e di infanzia violata, su segnalazione dell’amico senatore Simone Bossi ho visto le immagini della mostra “Affiche”. Sono immensi cartelloni in giro per Cremona, con tanto di patrocinio del Comune.
Le “opere” sono affisse anche davanti alle scuole e pare che siano stati organizzati percorsi didattici con i bambini delle scuole della città, accompagnati a visitare la mostra.
L’amministrazione piddina è la stessa che a febbraio aveva pubblicato un opuscolo che suggeriva di far meno figli per salvare il pianeta.
Vorrei evitar di dire parolacce e quindi mi limito ad osservare che treni o conigli che entrano nelle zone genitali delle bambine,

o conigli sgozzati

o pinocchi sadomaso

non mi paiono immagini appropriate per i minori.

Una domanda al sindaco e agli organizzatori: perché tanto accanimento sull’innocenza dei bambini?
Che problemi avete?
Quanto alla qualità artistica e all’evidente malizia dei contenuti lascio il giudizio a voi, ma resto convinto che immagini del genere, forse innocue per un adulto, possano essere assai pericolose per la sensibilità di un bambino.

Peccato non conoscere il sublime artista: andrei volentieri di persona ad esprimergli tutta la mia ammirazione.

Il terzo orrore lo aggiungo io, ed è quello delle modelle bambine, di dieci anni, cinque anni o anche meno, truccate, bardate e messe in posa come prostitute o giù di lì

JonBenét Ramsey

E cercando immagini di modelle bambine con addosso indumenti che nulla hanno a che fare con la moda infantile, mi sono imbattuta in un orrore ancora più particolare: l’autosalone di Wuhan – sì, quella Wuhan – dotata già otto anni fa di particolari virtù, che come tutti gli autosaloni che si rispettino, accosta alle auto di lusso delle bombe sexy, con la funzione di attirare e arrapare i maschioni possibili acquirenti. Con una particolarità: la bomba sexy più giovane ha quattro anni (e sfila da due), le altre pochissimo di più. E, come fa notare la giornalista che ha segnalato la cosa, in Cina il bikini non è un normale abbigliamento da spiaggia, lì quasi nessuna donna lo indossa: il bikini è proprio e solo l’abbigliamento della bomba sexy.

Ma sembra che oltre alla sopra citata giornalista, ben pochi abbiano trovato da ridire su tutta la faccenda.

barbara

FACCIAMO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE, PARTE TERZA

Per cominciare col botto, vi faccio vedere in diretta come si fabbrica un allarme sanitario: buon divertimento!

Viva l’Italia, presa a tradimento
l’Italia assassinata dai giornali e dal governo
l’Italia derubata e colpita al cuore
l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare
viva l’Italia, l’Italia che non resiste più.

Il fatto è che anche di fronte a un così palese esempio di invenzione pura e semplice di fatti inesistenti, chi è pieno di dubbi e magari mi scrive in privato per ragionare e riflettere insieme, forse avrà un dubbio in meno e un motivo per tranquillizzarsi in più, ma per chi ha la fede, la fede convinta nel pericolo sovrastante, nella seconda ondata che arriverà, non esistono argomenti validi. E se è vero che il famoso “credo quia absurdum” è una bufala e che nessun apologeta cristiano ha mai pronunciato questa frase, adesso però l’enunciato è diventato validissimo: più è assurdo, e più ci credono.
Passo a questo pezzo che riprende, ma molto meglio di come lo avevo fatto io ieri, il tema dei crimini del governo.

Piergiorgio Molinari 

Devo ammetterlo: sono spaventato. In queste ore si è scoperto che il governo del bifolco tinto, sostenuto da PD e Cinque Stelle, già dal 12 febbraio aveva sul tavolo uno studio intitolato “Scenari di diffusione di 2019-NCOV in Italia” nel quale si avvertiva del rischio imminente. In particolare, tale studio sottolineava la mancanza di letti di terapia intensiva e paventava un numero di vittime compreso tra le 35mila e le 60mila (ci è andata bene, con “soli” 35mila morti circa). E cosa fece il governo del bifolco tinto, del PD e dei Cinque Stelle da quel 12 febbraio? Be’, per prima cosa inviò subito in Cina 18 tonnellate di materiale sanitario, compresi quei camici e quelle mascherine che nelle settimane successive sarebbero mancati tragicamente. Poi, assieme alle Sardine e ai sindaci di Milano (Sala) e Bergamo (Gori) giocò al “razzismo è l’unico virus”, ad “abbraccia un cinese”, e mandò in onda spot per dire che “il contagio è molto difficile”. Il tutto mentre il segretario PD Zingaretti organizzava spritz sui navigli e i conduttori TV proni a sinistra (ossia, tutti) si mostravano alle telecamere intenti a mangiare beffardamente involtini primavera per irridere chi invitava alla cautela – memorabile anche la gag con la simpaticissima Littizetto travestita da flacone di Amuchina.
Finché, dopo tre settimane così trascorse tra balocchi ideologici e risatine supponenti, la gente cominciò a morire per davvero e si fecero prendere dal panico. Allora, il 9 marzo il bifolco decise per decreto il lockdown di un’intera nazione, trasformando un’emergenza sanitaria gestita criminalmente in un una criminale catastrofe non solo sanitaria, ma anche economica e sociale. Ed essendo appunto criminali, nel frattempo sospendevano pure i diritti costituzionali, gesto senza precedenti nella storia repubblicana.
Insomma, anche solo questo – e c’è molto altro – dovrebbe bastare perché un popolo mediamente passivo desse un segnale di indignazione, o almeno di insofferenza. Invece no: convinti da decenni di propaganda che non sappiamo fare le rivoluzioni, noi italiani tratteniamo il fiato dietro le mascherine, ci vantiamo di aver gestito la crisi “nel migliore dei modi” (anche se siamo il quinto paese al mondo per morti in rapporto alla popolazione e il primo per calo del PIL), e affolliamo le pagine FB delle “Bimbe di Giuseppe Conte”. Dimostrando così di essere il popolo più stupido, apatico, vigliacco e masochista del globo. Solo i cubani e i nordcoreani sono peggio di noi, ma almeno loro rischiano di finire in galera, in un campo di lavoro o direttamente fucilati, mentre gli italiani invece non si ribellano perché hanno paura che un vigile urbano li multi. [In parte sì, ma ce ne sono anche tanti realmente convinti che il governo abbia ragione, che il pericolo incomba e che le limitazioni siano necessarie e giuste, e si fanno un vanto di obbedire alla lettera a quanto imposto; la tizia in spiaggia, a cinque-sei metri dalla persona più vicina, con la mascherina ben tirata da sotto gli occhi a sotto il mento, di sicuro non lo fa per paura della multa. D’altra parte è da oltre un secolo che il comunismo al potere è specializzato in lavaggio del cervello].
A questo punto, di fronte a gente che si lascia massacrare, derubare, imbavagliare, e poi cagare in testa per scherno, e ciò nonostante indossa obbediente la ”mascretina” plaudendo entusiasta ai propri defecatori assassini e ladri, comincio a pensare che abbiano ragione questi ultimi. Insomma, sono arrivato anch’io a disprezzare i miei connazionali, ormai convinto che meritino solo di essere umiliati e sfruttati tanto da vivi quanto da morti. Ciò implica che forse sono divenuto come Conte, quelli del PD e dei Cinque Stelle, e che sono probabilmente pronto a entrare in politica. Questo sì, mi spaventa.
(Inoltre, penso che Conte, il PD e i Cinque Stelle debbano essere trascinati a processo per i loro crimini, assieme ai magistrati eversivi e golpisti.)

In Germania il coraggio di protestare lo hanno

ma dalle nostre parti si guardano bene dal parlarne, non sia mai che anche a noi venga un barlume di idea di prendere esempio e insorgere contro il tiranno.

Propongo infine questo pezzo che mi sembra interessante, anche se con qualche piccola riserva

Angelo Michele Imbriani 

Decalogo per i terrorizzati dal contagio.

Da imparare a memoria e ripetere mattina, sera, prima e dopo i pasti.

1. I test sierologici non sono strumenti diagnostici. Se il test è negativo, potresti aver contratto da poco l’infezione ed essere contagioso, senza aver ancora sviluppato anticorpi. Se il test è positivo vuol dire che si è entrati in contatto con un virus tempo prima, ma non è detto né che il virus sia ancora attivo, né che si sia contagiosi, né che si tratti del Covid 19 e non di un coronavirus affine.

2. Un tampone positivo non vuol dire né che si è malati, né che si è contagiosi. Il tampone rileva l’RNA del virus, non la carica virale necessaria a scatenare la malattia e a contagiare altre persone. La carica virale andrebbe misurata con una piastrina, che non viene fatta.

3. È improbabile che gli asintomatici abbiano sufficiente carica virale da risultare contagiosi [su questo non metterei la mano sul fuoco, a meno che per asintomatici non si intendano persone diventate asintomatiche perché guarite, nel qual caso sicuramente non sono contagiose]

4. Per contagiarti devi essere esposto a una adeguata carica virale, ossia devi stare a stretto contatto per un tempo non breve con una persona infetta. Non puoi contagiarti se qualcuno ti passa vicino per strada o ti parla per due minuti, a una minima distanza, a meno che non ti tossica o starnutisca in faccia [cosa che a nessuno è mai venuto in mente di fare, neanche prima, per cui non si capisce per quale motivo dovrebbe venirci in mente di fare adesso e gli altri abbiano la necessità di premunirsi nel caso dovessimo avere il ghiribizzo di scaraventargli in faccia uno starnuto o una raffica di tosse, magari con annessa scatarrata].

5. La stragrande maggioranza dei contagi avvengono o sono avvenuti in ospedali, case di riposo, abitazioni private. In ogni caso, in luoghi chiusi dove le persone stanno a stretto contatto per ore. Aver paura del contagio all’aria aperta è paranoia più che prudenza.

6. La mascherina chirurgica, se sostituita dopo poche ore e non riutilizzata, protegge le altre persone dai tuoi virus e batteri, non protegge te. Una mascherina chirurgica male utilizzata o una mascherina “comunitaria”, ossia una di quelle comunemente in commercio non protegge nessuno da nulla.

7. Quando un virus diventa meno aggressivo e letale ma continua a diffondersi significa che si è adattato all’ospite (noi) in una convivenza sempre più pacifica. È un segnale positivo, non di allarme.

8. Il distanziamento sociale, l’uso ripetuto di gel antibatterici, la paura stessa, la vita sedentaria e al chiuso non fanno altro che indebolire le naturali difese immunitarie dell’organismo che sono invece la fondamentale protezione da questa e da ogni altra malattia.

9. abitudini quotidiane e stili di vita largamente o universalmente diffusi continuano a rappresentare un rischio di malattia grave e anche di morte enormemente maggiore rispetto al Covid 19, da quelle che si potrebbero modificare, senza che molti lo facciano, come fumo, alimentazione sbagliata, vita sedentaria, obesità, a quelli e quelle che comportano un rischio che invece siamo disposti ad accettare senza domandarci ad ogni istante se stiamo in “sicurezza”, dagli spostamenti in automobile, ai lavori domestici, a molti lavori extra domestici, a diversi sport o attività di svago. Riflettendo su questo, la paura paralizzante o condizionante del Covid 19, che comporta rischi minori, e la paura di un contagio molto meno probabile di un incidente o di una malattia conseguente alle abitudini e pratiche di cui sopra, non possono che apparire sciocche e irrazionali.

10. Infine, se nonostante tutto continui ad essere spaventato, puoi prendere le tue precauzioni – indossare una mascherina FFP2, evitare gli assembramenti e, il più possibile, i luoghi pubblici chiusi o i mezzi di trasporto, uscire di meno, sanificare continuamente abitazione, vestiti, oggetti – senza però pretendere di limitare la libertà e di condizionare la vita degli altri che non hanno paura.

In sostanza se neanche i nove punti precedenti ti hanno rassicurato, continua ad avere paura, ma senza rompere i coglioni.

E la cosa più patetica, ma anche penosa, sono le mascherine “sfiziose”, cucite con amore, con stoffe carine, magari da coordinare col vestito: come qualcuno che si mettesse a fare tendine ricamate per la finestra della prigione, avendo talmente introiettato l’idea della prigione come posto giusto in cui vivere, da arrivare a sentirla come una vera casa. In questo caso, vivere come normale la privazione dell’espressività del viso, ossia di una parte essenziale della propria personalità. E questo davvero sconvolge.
Continua

barbara

I CRIMINALI ABUSI DEL GOVERNO – PARTE SECONDA

Iniziamo con la denuncia di nove magistrati.

“Le passeggiate non sono reati, contrastiamo invece la criminalità”

La lettera aperta di nove magistrati della Valle d’Aosta

Una lettera aperta alla cittadinanza valdostana, in cui dicono che le passeggiate non sono illeciti e che “il denaro pubblico è più utile se speso per contrastare la  microcomunità che per i controlli”. A scriverla sono nove magistrati di Aosta, che però intervengono in qualità di cittadini.

Eugenio Gramola, presidente del tribunale, i giudici Anna Bonfilio, Maurizio D’Abrusco, Luca Fadda, Davide Paladino, Marco Tornatore, Stefania Cugge (giudice a Ivrea) e i pm Luca Ceccanti ed Eugenia Menichetti scrivono che “Con estremo sconforto – soprattutto morale – abbiamo assistito – ed ancora assistiamo – ad ampi dispiegamenti di mezzi per perseguire illeciti che non esistono, poiché è manifestamente insussistente qualsiasi offesa all’interesse giuridico (e sociale) protetto”.

“In un territorio  qual è quello valdostano, ma anche altrove, in zone di campagna o collinari su tutto il territorio italiano, ove molti comuni hanno una densità di popolazione assai limitata a fronte di un territorio in gran parte esteso in zona rurale, che pericolosità rivestono le condotte di chi, per sopravvivere alla situazione pesante in cui tutti viviamo, avendo la fortuna di abitare in comune montano – o comunque in zone isolate – (con gli inconvenienti ben noti in condizioni normali, soprattutto in stagione invernale, per spostamenti anche ordinari) faccia una passeggiata nei boschi osando allontanarsi anche per qualche chilometro dalla propria abitazione, laddove superate le ‘quattro case’ del paese – proprio nel raggio delle poche centinaia di metri di spostamento consentito od almeno tollerato – si spinga fino alle zone solitarie di montagna dove – se ha fortuna – potrà incontrare forse qualche marmotta, o capriolo o volpe, transitando al più in prossimità di qualche alpeggio, al momento anche chiuso”.

Quindi “fermo restando che è compito delle Forze di Polizia, e prima ancora dell’autorità politica che ne dirige l’operare, decidere come e dove concentrare i controlli sull’osservanza delle disposizioni emanate dal Governo, è difficile non chiedersi se davvero non si sappia immaginare un modo più utile per spendere il danaro pubblico, in settori ove ce n’è ben più bisogno per le tante necessità urgenti delle strutture sanitarie o per più seri interventi di prevenzione e protezione degli anziani in strutture di accoglienza”.

“Tutto ciò avviene con sacrificio estremo, manifestamente non necessario, di diritti fondamentali di libertà personale e di circolazione dei cittadini di cui alla parte I della Costituzione, che meriterebbe rinnovata lettura ed attenta meditazione. Non dimentichiamo che le norme che vengano ad incidere e sacrificare diritti costituzionalmente garantiti, anche a tutela di altri diritti di pari rango che vengano a confliggervi, sono comunque sempre soggette a stretta interpretazione e perdono ogni legittimazione laddove le condotte sanzionate siano prive di lesività per il bene preminente salvaguardato”.Nell’ambito dell’emergenza da coronavirus, in Valle d’Aosta è prevista “in senso ulteriormente restrittivo” rispetto alla normativa nazionale (per via di una ordinanza regionale) la possibilità di svolgere attività motoria e di uscire con l’animale da compagnia “solo in prossimità della propria abitazione”, ricordano giudici e pm. Nella lettera aperta fanno riferimento in particolare alla “Circolare del Ministero dell’Interno 31.03.2020”, in cui si ricorda che “la finalità dei divieti” risiede “nell’esigenza di prevenire e ridurre la propagazione del contagio” e che “il perseguimento della predetta esigenza implichi valutazioni ponderate rispetto alla specificità delle situazioni concrete”.

Inoltre “non sarebbe forse “strategicamente” più utile limitare l’applicazione dei provvedimenti in vigore nell’ambito effettivamente necessario per il perseguimento dei fini loro propri di contenimento dei rischi reali – e non immaginari – di diffusione dell’epidemia in atto, salvaguardando il più possibile le libertà fondamentali dei cittadini? Ciò perché i cittadini stessi, ben consapevoli e largamente convinti della necessità di un regime comunque restrittivo, poiché coscienti – per la maggior parte almeno – dei rischi conseguenti al mancato contenimento della diffusione epidemiologica in atto, sarebbero così assai più motivati e spontaneamente disposti al pieno rispetto della normativa vigente, ragionevole ed equilibrata, e non si sentirebbero invece costretti a cercare i più umilianti sotterfugi per sottrarsi a solerti controlli che finiscono per essere percepiti come gratuite persecuzioni di nessuna utilità per l’effettiva tutela del bene della salute pubblica”. Infine “se superassimo il pericolo da coronavirus lasciando sul tappeto libertà fondamentali e diritti primari di libertà che oggi vengono seriamente posti a rischio da condotte repressive non adeguate rispetto ai fini perseguiti, che risultato avremmo conseguito?”. (qui)

E proseguiamo con quella di ottanta avvocati.

80 avvocati contro le restrizioni alla libertà del Governo: “Applicate senza giusta disciplina giuridica”

23 aprile 2020

Ottanta avvocati hanno redatto e sottoscritto un appello nel quale hanno voluto segnalare all’opinione pubblica i profili di conflittualità con il nostro quadro costituzionale dei provvedimenti adottati in queste settimane dal Governo italiano. Secondo quanto riportato nello scritto, si evidenzia che “sono state applicate pesanti restrizioni alle libertà individuali (la libertà personale, la libertà di circolazione, la libertà di riunione, la libertà di culto), per il tramite di atti amministrativi (decreti ed ordinanze), in assenza di una puntuale disciplina legislativa e violando il principio di diversificazione delle competenze amministrative”. Gli avvocati hanno anche aggiunto che  essendo le restrizioni in questione avvenute sulla base di atti amministrativi, “le ha sottratte ad ogni forma di controllo preventivo e successivo”.

Il testo

L’emergenza sanitaria in atto ha dimostrato la fragilità del nostro sistema costituzionale e, in particolare, delle garanzie che i Padri costituenti avevano voluto scrivere a difesa delle libertà civili. Il Governo ha deciso di avocare a sé ogni competenza, utilizzando impropriamente lo strumento del decreto legge, con il quale sono stati solo genericamente descritti i “casi” di possibile restrizione delle libertà civili delegando al Potere esecutivo, nella persona del Presidente del Consiglio dei ministri, la scelta puntuale di quale misura adottare sia del grado di intensità della stessa. Tutto questo è stato fatto in ragione di uno stato di emergenza dichiarato dal Consiglio dei Ministri il 31 gennaio 2020, pur essendo noto che la nostra Carta costituzionale non prevede l’emergenza quale presupposto per derogare allo Stato di diritto. Ad entrare in crisi è stato innanzitutto il principio di divisione dei Poteri. La centralità del ruolo del Parlamento è stata sacrificata in forza della necessità ed urgenza dei provvedimenti da adottare. Il Potere esecutivo ha deciso di arrogarsi ogni decisione in materia, adottando decreti legge che hanno attribuito al Presidente del Consiglio il potere di integrarli ed attuarli in vista del fine del contenimento dell’epidemia coronavirus.

E’ stato posto in discussione anche il principio di competenza sia a livello centrale (comprimendo la competenza per materia dei vari dicasteri), sia a livello locale (residuando in capo alle Regioni solo un potere di intervento d’urgenza in attesa dell’adozione dei provvedimenti del Presidente del Consiglio). Il Decreto del Presidente del Consiglio è divenuto dunque una fonte strumentalizzata, dotato di un’efficacia tale da poter comprimere diritti costituzionalmente garantiti e da prevalere sui provvedimenti emessi dai singoli Ministri e sulle ordinanze emesse dagli enti territoriali (in primis le Regioni). Non è stato rispettato neppure il principio di gerarchia delle fonti. La libertà individuale gode di una protezione totale stante la riserva assoluta di legge (rinforzata), che impone al legislatore una descrizione precisa dei “casi” e dei “modi” di qualsiasi restrizione alla stessa. A sua tutela è pure prevista una riserva di giurisdizione. Anche la libertà di circolazione è garantita da una riserva di legge rinforzata; sono diritti soggettivi perfetti poi quelli di riunione, di associazione, di libertà di culto.

Solo una legge statale può limitare tali fondamentali libertà, e non certo una fonte secondaria governativa, e addirittura monocratica, quale il Decreto del Presidente del Consiglio. Ma anche accettando la possibilità dell’utilizzo della decretazione d’urgenza non c’è stato il rispetto del principio di tassatività: i due decreti legge adottati dal Governo hanno solo genericamente descritto i casi di possibile restrizione delle libertà civili, delegando ad un componente del Potere esecutivo, il Presidente del Consiglio dei Ministri, la titolarità di scelta sia del tipo di misura da adottare (i “casi”) sia del grado di intensità (i “modi). L’estrema genericità dei decreti legge contrasta poi con la Legge n. 400/1988, che richiede, per il rispetto dell’art. 77 Cost., l’emanazione di misure di immediata applicazione, con contenuto specifico ed omogeneo. Ed, anzi, un decreto-legge che abbisogni di un ulteriore provvedimento (nel caso un D.P.C.M.) per la sua attuazione, difficilmente può dirsi fondato su presupposti di straordinaria necessità e urgenza, poiché l’arco temporale necessario all’elaborazione della fonte secondaria smentisce in radice l’indifferibilità della misura.

In sintesi, sono state applicate pesanti restrizioni alle libertà individuali (la libertà personale, la libertà di circolazione, la libertà di riunione, la libertà di culto), per il tramite di atti amministrativi (decreti ed ordinanze), in assenza di una puntuale disciplina legislativa e violando il principio di diversificazione delle competenze amministrative. Il fatto poi che le restrizioni in questione siano avvenute appunto sulla base di atti amministrativi, le ha sottratte ad ogni forma di controllo preventivo e successivo. Tali provvedimenti, infatti, sono stati adottati dal Potere esecutivo (Presidente del Consiglio, Presidenti delle Regioni, Sindaci) in piena autonomia e senza una verifica da parte del Parlamento né un controllo del Presidente della Repubblica (previsto sugli atti aventi forza di legge e sui regolamenti governativi, questi ultimi adottati di solito con la forma del D.P.R.). La necessità che sia un atto avente forza di legge a limitare le libertà civili è del resto coerente con il nostro sistema di garanzie costituzionali: solo le leggi (ed atti equiparati ad esse) e non gli atti amministrativi (quali sono i decreti e le ordinanze) sono sottoponibili a giudizio di costituzionalità di fronte alla Corte Costituzionale, unico organo competente secondo il nostro Ordinamento a controllare, con efficacia erga omnes, la conformità alle norme e ai principi costituzionali degli atti legislativi, anche sotto il profilo della loro proporzionalità ed adeguatezza.

E’ mancata dunque qualsiasi verifica della conformità del mezzo (misure restrittive) con il fine (tutela della salute) nell’ottica di un bilanciamento con altri diritti cui la Costituzione riserva invece il grado più elevato di tutela: nessun controllo amministrativo, nessun passaggio parlamentare, nessuna verifica costituzionale. In conclusione gli scriventi ritengono che il fine non giustifica i mezzi. L’emergenza non può giustificare l’alterazione dei rapporti tra i poteri dello Stato e dello Stato con gli altri enti territoriali. Quando sono in gioco i diritti di libertà, allora l’alterazione delle garanzie costituzionali non riveste solo un aspetto formale, perché incide direttamente sulla tutela sostanziale di quei diritti che la Costituzione vorrebbe inviolabili. A meno che non si voglia incidere sulla forma dello Stato di diritto e infine sulla stessa forma di Governo.

I sottoscrittori (qui – e questa stampatevela e portatevela sempre dietro)

appello e sottoscrizioni-2

Poi arriva il 25 aprile, e salta fuori questa circolare ministeriale
25 APRILE
così commentata da

Simone Pillon

Nella foga di mettere a tacere le voci stridule di ANPI, il “Gabinetto del Ministro” autorizza le associazioni partigiane e combattentistiche ad affiancare le “Autorità deponenti”, purché lo facciano “in qualche modo”.
Guareschi ci avrebbe scritto sopra un romanzo.
Io, da giurista di campagna, mi limito a contemplare la morte del diritto: una circolare ministeriale che dispone in deroga di un Decreto Legge, e l’espressione “in qualche modo” che assurge a criterio giuridico. Tutto per non scontentare i sacerdoti del pensiero unico.

A cui io aggiungo: il più giovane dei partigiani, considerando tali anche i ragazzini che facevano le staffette per trasmettere ordini e comunicazioni e che non combattevano, oggi ha almeno 90 anni, i combattenti qualcuno in più: davvero ci sono ancora partigiani e combattenti iscritti all’ANPI che partecipano alle manifestazioni?

Prima di chiudere vi propongo questo accorato grido di dolore di Max Del Papa (e chissà se un giorno qualcuno scriverà una Pavana per una democrazia defunta) e infine questo sfogo esasperato di Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia.

(continua)

barbara